venerdì 13 gennaio 2017

Impressioni di gennaio - Il racconto di Flavio


Oggi ho pensato che sono ormai 3 mesi che sono qui, a Sangmelima. Il tempo è volato... veramente sembra ieri! Tanto e poco è successo in questo periodo: tanto, perché mi accorgo di aver imparato molto, soprattutto su di me; ho avuto la possibilità di conoscere meglio il progetto “Villaggio Fraternité”, veramente ben congeniato e condotto egregiamente da Michele (il capo progetto) e Valerio (il rappresentante paese), che ci hanno accolto splendidamente e che ci consigliano e guidano sempre. Ho trovato un po’ il mio ruolo qui a Villaggio, il che aiuta molto a muoversi nel mondo, soprattutto quando quel mondo tu non lo conosci affatto; ho poi trovato la cosa più importante di tutte, ovvero i bambini. Non è per luogo comune, ma effettivamente qui i bambini ti rubano il cuore con i loro sorrisi e i loro abbracci, donati gratuitamente a te – straniero – che non sai come ricambiare degnamente. Vederli divertirsi, giocare all’interno di una struttura che li accoglie come ogni bambino del mondo dovrebbe essere accolto non ha eguali. E vedere anche come venga apprezzato l’impegno che ogni giorno in primis Michele e Valerio, in secundis noi volontari mettiamo all’interno del progetto, è la più grande gratificazione che si possa ricevere; non per sentirci migliori degli altri o per puro egoismo, ma perché ci regala quel feedback che ci permette di dire “ok, siamo sulla strada giusta”.
Eppure ancora sento di non aver fatto nulla, o comunque abbastanza. O meglio, ho fatto la base, quel composto di calcare e bitume chiamato asfalto che ti permette di camminare su un terreno meno scivoloso, meno impervio; ma ancora non mi sono messo in cammino, non sono riuscito a crearmi una mia vita qui, con degli amici miei, dei legami miei e solo miei, tali da poter entrare effettivamente a far parte del tessuto della società che mi ospita. Penso sia importante per comprendere dove ti trovi e chi hai intorno, per poter, quindi, fare qualcosa di reale; il rischio, altrimenti, è di rimanere all’interno di queste quattro mura e tornare senza aver capito nulla di dove sei stato (e senza aver quindi inciso su nessuno).
Il tempo è volato e io non me ne sono accorto; e mi dispiace un sacco, non solo perché sento di aver perso del tempo prezioso, ma anche perché mi piace stare qui, mi piacciono le persone che incontro per strada, che girano attorno Villaggio Fraternité. E vorrei conoscerle molto meglio, farle mie, diventare loro amico e confidente.
A Natale abbiamo festeggiato con gli amici di Michele e le loro famiglie, tutti insieme, ed è stata una delle giornate più spensierate della mia vita, in cui mi sono sentito più in pace con me stesso. Ma mi accorgo che un po’ lo spaesamento, un po’ la lingua e un po’ la paura mi bloccano e non mi fanno fare quel passo in avanti decisivo. Quando mi immagino di farcela, mi vedo sulla soglia di una porta che affaccia sul vuoto, che gonfio il petto, mi metto degli occhialoni per proteggermi e salto giù. Se mi farò male, ne sarà valsa la pena. 

Ah, un piccolo aneddoto di questi 3 mesi in Africa:

Un giorno, decido che era giunto il momento di uscire da Villaggio (per l’appunto), così prendo la mia moto e mi avvio verso i villaggi presenti lungo la strada che porta al Centrafrica, villaggi che già avevo visitato insieme a Michele. Volevo “buttarmi”, conoscere un po’ di persone, fare due chiacchiere con la gente di qui. Insomma, dopo aver percorso un bel po’ di chilometri ed aver attraversato parecchi villaggi, e dopo soprattutto aver rinunciato alla mia idea originaria di fermarmi a un baretto a chiacchierare con chi fosse stato presente lì in quel momento (ne avessi visto uno, di bar, lungo la strada!), decido che avrei dato retta al prossimo che mi avesse urlato di fermarmi; infatti, lungo il percorso, in molti, seduti su una sedia appena fuori dalla loro abitazione, mi invitavano ad avvicinarmi, probabilmente incuriositi dal mio passare.
Il prossimo, in quel caso, si chiamava Kamir e stava lì seduto, intento a sorseggiare una bevanda biancastra assieme ai propri amici e parenti.Vedendomi, mi invita a sedermi, mi offre un bicchiere di quella bevanda (che ho scoperto dopo essere vino di palma) e inizia a chiedermi da dove vengo, cosa faccio, etc. Quando gli dico che sono un volontario di Villaggio Fraternité, mi dice di conoscerlo bene e che vorrebbe portare lì i suoi figli, perché ha sentito dire che, in quella scuola, i bambini sono ben seguiti ed escono preparati. Allora gli dico: “Beh, dai, allora vai e iscrivi i tuoi figli!”. Nella sua faccia, leggo scritto “povero ingenuo” a caratteri cubitali. Mi sorride, con il braccio disegna un arco a indicare tutto il villaggio che ci circonda e mi fa: “Qui mica ce ne ho uno o due; uno dei pulmini che avete lo riempirei solo io. Guardati intorno e vedrai figli miei ovunque!”.
Con questo, dopo i doverosi saluti e la promessa di rivedersi a breve, ho preso di nuovo la mia moto e me ne sono tornato a Villaggio, pensando, con un leggero sorriso, a quanto certe cose possano essere diverse da un paese all’altro, senza che tu te ne renda conto.

Flavio Boffi


mercoledì 23 novembre 2016

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? Valerio: "Per avere l'opportunità di rivoluzionarmi"

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? 

Rivoluzionare e rivoluzionarsi

Sarò sincero con voi, dopo la laurea la mia vita stava prendendo una direzione un po' troppo lineare (eh sì, la vita da ingegnere è abbastanza dura J).
Ho quindi deciso di fermarmi e riflettere… La necessità di una rivoluzione personale ha preso il sopravvento. Sfogliando tra le varie opportunità utili a questo scopo e riservate ai giovani come me (ancora per poco, s’intende XD) mi sono subito concentrato sul servizio civile all’estero. Leggendo i bandi ho individuato quelli che potevano meglio adattarsi alle mie passioni e alla  mia formazione. Ed ecco una miriade di opportunità in cui mettersi in gioco sia professionalmente che umanamente.
Ed ecco anche la possibilità per rivoluzionarsi, per spostare per un po' il centro della propria attenzione da sè stessi verso gli altri e per mettersi veramente in gioco.

Ho scelto l’Africa. Gli aspetti legati al mondo dell’acqua, dell’agricoltura e dell’ambiente hanno letteralmente conquistato la mia attenzione; senza riflessione alcuna, ho quindi compilato e spedito la domanda.

Non restava quindi che aspettare...

AVAZ ha scelto me e sono pronto.
O meglio: siamo pronti, saremo in quattro a partire per Sangmelima: Flavio, Silvia, Erika ed Io.
O meglio ancora, saremo in tantissimi: decine di ragazzi che come me hanno scelto il servizio civile all’estero per lasciare un pezzetto di se stessi in giro per il mondo per ritornare a casa un po’ più ricchi.

Forza Ragazzi!


Valerio Catania 

Perché hai scelto il Servizio Civile Nazionale? Erica: "Perché si vive di emozioni e il Servizio Civile Nazionale ne è pieno"

Perché fare l’esperienza di Servizio Civile Nazionale

Si può pensare che l’esperienza di Servizio Civile inizi nel momento in cui si prende un aereo per il Paese di destinazione.
Questa esperienza ha invece inizio nel momento in cui si decide di iscriversi alle selezioni,  perché già in quell’istante si ha riflettuto parecchio sul tipo di scelta fatta.
E di che tipo di scelta si tratta? Bisogna tener conto di molti fattori, come lo stare lontani da casa, dai propri cari, dalla routine. Si tratta di prendere in mano la propria vita e di valutare se è il momento di fare dei cambiamenti. 
Il Servizio Civile Nazionale ti dà l’opportunità di stare in un Paese estero per dieci mesi, in un contesto totalmente nuovo, persone nuove, lingua diversa. Una cultura sconosciuta, l’ignoto. Preoccupante, ma allo stesso adrenalinico ed elettrizzante.
Tutto questo però va in secondo piano rispetto alla motivazione che più di tutte ti spinge a fare domanda: la voglia di aiutare il prossimo, di voler fare qualcosa di concreto per migliorare la società. Sentirsi parte di un progetto il cui obiettivo è aiutare i paesi più poveri è stimolante. 
È vero che molti lo considerano un lavoro, è pagato certo. Ma nessuno può sperare di partire per un’esperienza simile per soldi o per una voce in più da aggiungere al curriculum.
Il Servizio Civile Nazionale dà anche questo, ma ciò che conta di più è il voler trasmettere i nostri valori e magari riuscire ad assorbirne di nuovi.
Questa è un’esperienza in cui si dà, si va per dare un contributo, un aiuto.

A rifletterci bene però, alla fine sarà più un ricevere di emozioni. Dire emozioni è facile, sentire sarà poi tutta un’altra cosa. Non riesco nemmeno ad immaginare quanto tutto questo cambierà e aiuterà la mia vita futura nel mondo.
Quindi alla domanda “ perché ho scelto di fare il SNC” , la mia risposta è perché si vive di emozioni e il Servizio Civile Nazionale ne è pieno.

Erica