venerdì 4 ottobre 2019

“Smettetela di trattenervi, siete fatti per esplodere” (Cit. Gio Evan)


In questi primi 6 mesi di servizio civile sono entrata a far parte di un mondo nuovo, quello delle ONG, del volontariato e della cooperazione che prima non conoscevo. La formazione di inizio servizio mi è servita tantissimo per inquadrare il mio anno di servizio civile e soprattutto mi ha dato le basi per affacciarmi a questo nuovo mondo. La mia esperienza di servizio civile si sta rivelando come un’esperienza di crescita professionale ma soprattutto personale. Ho imparato a mettermi in gioco, ad avere più fiducia e autostima in me stessa, a lasciare da parte la mia pigrizia e timidezza e ad avere più coraggio in ciò che faccio. Penso che tutto ciò che ho imparato fino ad adesso si rafforzerà tantissimo alla fine del servizio civile sia perché manca ancora molto sia perché già so che nei prossimi mesi ci sarà tanto da fare e avrò tante altre occasioni per mettermi in gioco. In fondo io ho scelto di fare domanda proprio per questo motivo, avevo bisogno di qualcosa che mi facesse tornare la voglia di fare e di mettermi in gioco.
Per quanta riguarda la questione del mettermi in gioco, vi vorrei raccontare di quando quest’anno mi hanno chiesto di testimoniare la mia esperienza durante la Festa della Repubblica ai Fori Imperiali. Che dire! Mai avrei pensato di fare una cosa del genere! E invece che io ci creda o no l’ho fatta. Il 2 Giugno ho rappresentato i volontari del servizio civile universale facendo delle interviste per le diverse tv nazionali in cui ho potuto raccontare la mia esperienza e testimoniare il progetto in cui sono impegnata.  
La cosa che mi stupisce ancora adesso è che quando mi è stato proposto non ci ho pensato neanche un minuto e ho detto subito di sì. Devo ammettere che la mattina del 2 mi sono mandata tanti accidenti perché avevo un po’ di ansia, ma alla fine sono andata bene. Sono stata bravissima, me l’hanno detto in tanti, ma la cosa più importante per me è che io stessa me lo sono detta da sola e continuo a farlo tuttora. Ogni tanto mi concedo anche io una pacca sulla spalla. Per la preparazione delle interviste devo ringraziare Marta che con molta pazienza mi ha aiutato nelle simulazioni, ricordandomi ogni secondo di sorridere e guardare in camera.
La cosa più bella che ho imparato in questi sei mesi è il rapporto con gli altri. Ho iniziato a capirne l'importanza durante la settimana di formazione a Catania e ho continuato a farne tesoro in questi mesi di servizio. Creare dei legami con chi ci sta intorno, solo così possiamo essere felici e vivere bene.

Proprio ieri, dopo un pomeriggio in cui mi sentivo un po’ giù di morale, un messaggio con tanto di video in allegato mi ha fatto rispuntare il sorriso. Era il video dei bambini di Villaggio Fraternité che cantavano l'inno nazionale e il messaggio diceva: "Giusto per farti vivere un po’ la realtà di villaggio". Quando prima ho parlato di creare dei legami è questo che intendevo. È stato bellissimo ricevere quel messaggio perché mi sono sentita, nel mio piccolo, come se fossi lì anche io. Il messaggio mi è stato mandato da Alessandra, anche lei volontaria in servizio civile di Avaz, con la quale mi sono trovata bene fin da subito. Ogni tanto ci scriviamo per aggiornarci e raccontarci le attività che svolgiamo.

Io sono impegnata in un progetto di educazione allo sviluppo che si chiama “IntegrAzione: educare alla pace e alla cittadinanza attiva”. Il progetto prevede attività che si svolgono sia in sede Avaz che fuori, principalmente nelle scuole del III Municipio. Proprio per gli incontri nelle scuole, nei mesi estivi ho lavorato ad un terzo progetto che si chiama “Lo sfruttamento inquina il pianeta”. Lo presenteremo nelle scuole a partire dal mese di Novembre, in cui inizieremo gli incontri anche sul Consumo Critico e sui Diritti Umani.
Un anno fa, proprio in questo periodo, decisi di fare domanda per il servizio civile. Ad oggi sono molto contenta della scelta che ho fatto e penso che tutti, almeno una volta, dovrebbero fare un esperienza del genere.
Questa esperienza si sta rivelando un crescendo di emozioni che voi neanche immaginate.
                                                                                                                         
                                                                                                                       Elisabetta

mercoledì 18 settembre 2019

16 modi di dire…Camerun

Eccomi (déjà) a scrivere l'articolo di metà servizio, durante la pausa estiva nella mia terra natale, in spiaggia, e sulle note delle canzoni ascoltate/ballate in questi mesi e che ho deliberatamente deciso di continuare ad ascoltare sotto l'ombrellone. Le parole, estrapolate dai testi talvolta monotematici e a cui poi ho attribuito un personale significato, risuonano ancora nella mia mente al punto che continuo a canticchiarle e addirittura citarle neanche provenissero dallo Zibaldone. Con questo sottofondo musicale, bizzarramente ispirante, ho deciso così di riportare i pensieri attraverso un indefinito flusso di coscienza e senza una riorganizzazione logica (espressione del caos che ancora vige nella mia testa).

1.Il francese, una delle due lingue ufficiali parlate in Camerun, che ha rappresentato per me una barriera comunicativa e per cui ho provato un po' di frustrazione non parlandolo correntemente, è un tantino migliorato al punto che riesco a carpire frasi di senso compiuto dalle canzoni (le grandi conquiste!);

2.Le barriere personali, che, ahimè (?), mi sono abilmente costruita negli anni per la diffidenza verso questo mondo “brutto sporco e cattivo", sono state abbattute in maniera parziale e mooolto lenta. Tuttavia, penso di averne costruite altre per schermare gli immancabili pensieri negativi affacciatisi di tanto in tanto nei momenti di difficoltà, e la melma che inevitabilmente anche gli altri possono spalmarti addosso;

3. Sangmélima, paese a sud del Camerun in cui vivo da po' di mesi a questa parte, in fondo, non è poi così diversa dalla città in cui ho abitato per anni… non solo per le strade dissestate, per la dimensione di paese in cui tutti sembrano conoscere le storie di tutti (come me in questo momento con il mio vicino di ombrellone) ma anche per la corruzione, che qui in Camerun ha certamente un retrogusto più intenso e rappresenta una delle ragioni che ne impedisce lo sviluppo e la crescita economica;

4.Lo spaesamento e la confusione: quella che sto provando qui al rientro in Italia, quella provata non appena atterrata in Camerun in aeroporto a Yaoundé, quella iniziale all'interno del progetto e infine quella immancabile nella testa e nel cuore;

5.Le persone incontrate... gli infaticabili ammiratori di una “bianca” a caso che lo stereotipo e il retaggio culturale, ahimè, vede ancora così desiderabile e la conseguente difficoltà nel discernere l'interesse “disinteressato” da quello “reale”; i volontari giapponesi, francesi, americani che hanno reso l'esperienza più “internazionale”; gli amici camerunesi che hanno tentato di integrarmi;

6.La foresta equatoriale… i paesaggi attraversati, gli skyline bucolici durante i tramonti caldi e fugaci, le lucciole fuori casa che di sera si accendono e le stelle in alto che illuminano Villaggio nel buio avvolgente;

7.Villaggio Fraternité… un progetto attivo da molteplici anni, una scuola materna e primaria con un centro di accoglienza per i bambini socialmente più vulnerabili…i bambini appunto... l'affetto incondizionato dei più piccoli che consentono un inizio di giornata sempre con un grande sorriso dal retrogusto talvolta amaro; i dipendenti di cui finalmente conosci tutti i nomi e il progetto che funziona così bene al punto da chiederti cosa altro si può fare per perfezionarlo ancora;

8.E poi ancora… la corrente che salta puntualmente quando hai deciso di caricare il telefono;

9.Le moustiques e l'antizanzare, divenuto l'immancabile prodotto da borsetta;

10.La danza e il ritmo africano, i tabù infranti (i miei e quelli della società in cui ti trovi);

11.Il disfacimento delle proprie sicurezze, il mettersi in discussione ogni giorno, il grado di tolleranza innalzatosi di un bel po';

12. Le mancanze, non quelle fasulle, dettate dalla distanza e dalla solitudine ma quelle profonde... di pochi ovviamente. La difficoltà nel partecipare da lontano ai cambiamenti che sono avvenuti nel corso di questi mesi ai tuoi cari, a cui ho assistito apparentemente inerme;

13.Quelle fatidiche e lecitissime domande “come è?” “come ti trovi?” o le più terribili “ ma chi te lo fa fare?!" ecc. ecc. Rispondere mi sembra a tratti faticoso, perché fornire un quadro fedele alla realtà vissuta, non è facile e soprattutto occorre che a tali domande debba rispondere prima io che sto rimettendo insieme i pezzi e tentando di fare un bilancio dei miei primi 6 mesi;









14.I "ça va aller" dedicati in momenti di disagio, che all'inizio detestavo poiché mi sembrava sollevassero l’interlocutore dalla possibilità di donarti conforto con altre parole... E che poi, cogliendone meglio il senso, ho imparato ad apprezzare;

15.La vicinanza emotiva (e anche fisica dati i pochi meridiani che ci separano) di colleghi in servizio civile che il caso ha voluto facessero la stessa esperienza altrove;

16. Gli appellativi urlati per strada mentre passeggi nella tua pelle (la blanche, la wat o mtangan nella lingua locale: il bulu), il fastidio provato nonostante l’accezione diversa di questi ultimi rispetto a quelli proferiti in occidente verso "lo straniero" che aborri con motivato sdegno... e il pensiero che il linguaggio e la parola, privilegi esclusivamente umani, possano ferire cosi tanto. E ancora… quanto i pregiudizi siano (ahimè bidirezionalmente) duri a morire... e la consapevolezza che quella splendida "diversità", che risiede soltanto nello 0.1% dei geni di cui disponiamo (essendo il genere umano per il restante 99.9% geneticamente uguale), è stata resa dalla storia non una ricchezza ma quasi un disvalore.

Insomma... tipici pensieri da spiaggia che ricorrono ascoltando simpatiche canzoncine. Il tempo per metabolizzare il tutto non è sufficiente, perché presto si ritornerà lì e poi in fondo… perché farlo ora?! l'esperienza non è ancora finita! Così, mentre mangio l'ennesimo gelato triplo cioccolato che tanto mi è mancato, scrutando l’orizzonte, mi accorgo che quello che vedo in lontananza, nella foschia, non è il Gargano ma ancora il (mio) Camerun.

Arrivo!!!

Alessandra




giovedì 27 giugno 2019

La nostra Ecolensemble in Senegal ha festeggiato la fine del primo anno scolastico

In Senegal, in prossimità della chiusura delle attività didattiche e da ben 31 anni, si celebra la Settimana Nazionale del Bambino a ricordo e sostegno della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Bambini. I festeggiamenti cominciano il 16 Giugno in concomitanza con la Giornata Internazionale del Bambino Africano. Questa celebrazione, istituita dall'Organizzazione per l'Unità Africana e dalle Nazioni Unite, ricorda e onora la memoria delle vittime della marcia avvenuta nel 1976 a Soweto, in Sudafrica, in cui migliaia di studenti manifestarono per protestare contro il decreto governativo che introduceva l’afrikaans, la lingua dei bianchi segregazionisti, nonché simbolo del regime dell'apartheid, come lingua ufficiale d’insegnamento.

I bambini della nostra nuovissima scuola costruita a Jaxaay, nella periferia di Dakar, hanno inaugurato la loro Settimana Nazionale del Bambino festeggiando proprio la Giornata del Bambino Africano. Le attività, che hanno visto la presenza di autorità locali, rappresentanze di altre Organizzazioni della Società Civile italiane e internazionali (WORD VISION, CISV, GREENCROSS) e naturalmente la partecipazione della popolazione, sono cominciate al mattino con la marcia in ricordo delle vittime di Soweto. I bambini, insieme a quelli di un’altra scuola vicina, hanno camminato per le vie della cittadina, mostrando orgogliosi lo striscione con su scritto il tema della Giornata del Bambino Africano 2019: “L’azione umanitaria in Africa: i diritti dei bambini prima di tutto”. Una volta ritornati a scuola la festa è entrata nel vivo grazie agli sketch preparati dalle due scuole ed alla performance del comico DADA e della sua marionetta danzante a forma di scimmietta. Un piccolo rinfresco ha chiuso l’evento tra i sorrisi e le danze.



Il 20 Giugno la nostra scuola è stata invitata dal Ministero della Famiglia, della Donna e della Protezione dei Bambini e dalla Ong WORD VISION, presso il Gran Teatro Nazionale di Dakar all’evento di chiusura delle attività della Settimana Nazionale del Bambino.  All’avvenimento, di grande impatto mediatico e simbolico, sono state invitate circa 24 scuole, pubbliche e private, per un totale di circa 1000 bambini, che hanno riempito tutti i posti della platea e della tribuna del bellissimo teatro. Presenti inoltre, molti membri del suddetto ministero, l’UNICEF e tutte le grandi Ong internazionali attive in Senegal nella protezione dell’infanzia (SAVE THE CHILDREN, PLAN INTERNATIONAL, CHILD FOUND, SOS VILLAGGIO DEI BAMBINI ed altre).
I bambini della nostra scuola, acclamati dal pubblico, sono stati i primi a salire sul palco e a recitare il loro sketch a tema. Sono seguiti recite, poesie, canti e balli, per circa due ore di spettacolo. Al termine, sono stati consegnati i diplomi di riconoscimento e la nostra ST. JUDE ECOLENSEMBLE, grazie all’impegno dei bambini e delle nostre valide insegnanti Madame SAMBOU Marie Jeanne SADIO e Madame LOPPY Angélique Marie Michelle SADIO, ha ricevuto un diploma di merito.
Il discorso di chiusura del viceministro ha infine lasciato spazio al famoso rapper DIP, sostenuto dai calorosi cori del pubblico.




Sono stati giorni ricchi di sorrisi e speranze che ci hanno fatto ancora una volta riflettere sull’importanza dei diritti dei bambini in Senegal e nel mondo.

La nostra scuola St. Jude Ecolensemble ha partecipato attivamente e con vivacità, chiudendo magnificamente il suo primo anno scolastico in Senegal.

Come si dice: “Chi ben comincia…”.
BUONE VACANZE A TUTTI!
Michele Garramone, Resp. Progetto Senegal e Rappresentante Paese

Per maggiori informazioni visita la pagina del progetto AVAZ  Ecolensemble