martedì 12 giugno 2018

Il racconto dei primi sei mesi da civilista di Jessica



Il famigerato giro di boa è arrivato, eccomi nel mio rientro di metà servizio. Sembra ieri, il 6 dicembre 2017, quando sono arrivata a Sangmelima piena di dubbi e di incertezze ma pronta a vivere quest'esperienza che desideravo da tempo.  Avevo deciso di non crearmi grandi aspettative e questo è stato un bene, l'Africa, anzi il Camerun (visto che è in questo Paese che sto vivendo la mia esperienza) si è rivelata una terra ricca di sorprese e contraddizioni.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita io la "diversa". La prima parola che si impara in Bulu, la lingua della regione del Sud, é mitangan, bianco appunto. Te lo senti dire per strada mentre cammini, al mercato mentre fai la spesa e ricevi proposte di matrimonio da uomini follemente innamorati di te o forse solo del tuo colore. Uno stigma, retaggio probabilmente del colonialismo, che personalmente mi ha fatto inizialmente diffidare dei locali, per chiudermi dove invece mi sono sentita subito a casa: a Villaggio Fraternité.

Sono alla prima vera esperienza di lavoro con i bambini eppure è proprio con loro che fin da subito sono riuscita a sentirmi me stessa, libera di potermi esprimere. Cosa che invece non è successa con gli adulti e la comunità locale, ma in questi mesi ho capito che bisogna darsi tempo quando ci si vuole inserire in una realtà culturalmente molto diversa dalla propria. Entrare in punta di piedi, iniziare a conoscere prima le cose e le persone vicine a te, ascoltare i consigli dei colleghi con cui lavori e condividi gran parte della tua giornata. E poi piano piano, senza darsi fretta, iniziare a mettere la testa fuori dal proprio guscio accettando, ad esempio, l'invito di Angeline, la cuoca di Villaggio, a fare una visita al suo campo in brousse ovvero nel cuore della foresta equatoriale, e ritrovarmi a piantare bâton de manioc per darle una mano nel mio piccolo. 



Per quanto mi riguarda sento di essere cresciuta molto, di essermi messa in gioco entrando in classi da 40 bambini per cercare di fare lezione, ma poi ammettendo i miei limiti chiedendo alle maestre tata Carole e tata Edith di restare al mio fianco per aiutarmi a gestire tutti quei piccoli mostriciattoli. 
Ho imparato a non avere paura di girare da sola per strada, a sorridere e salutare nella lingua locale.
Ho iniziato ad interessarmi seriamente al mondo della cooperazione, apprezzando il grande lavoro e la passione che sta dietro a questo progetto di sviluppo operativo da ormai 10 anni.
E infine ho confermato la mia certezza che mettersi in gioco, partire, conoscere nuove culture e diversi modi di vivere è qualcosa che ti dà davvero tanto. 

È difficile mettere nero su bianco e far capire a chi non vive questa esperienza quanto ogni difficoltà da affrontare, ogni abbraccio, ogni sorriso siano qualcosa di amplificato qua, che resterà per sempre nella mia mente.

Sono appena rientrata dopo due settimane passate in Italia e le sensazioni che avevo avuto la prima volta sono cambiate (caldo e umidità a parte che non mancano mai insieme alle moustiques) ora qui mi sento a casa. 
Ora spero di vivere al meglio i 6 mesi che restano e cercare di lasciare nel mio piccolo qualcosa a tutti i nostri bimbi che non vedo l'ora di riabbracciare!