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giovedì 27 febbraio 2020

Scoiattoli alle noci


C’è un vecchio film in cui il tizio dice alla fanciulla:
“... è strano, lei non sembra essere inibita… allora perché ha pensato di essere fuori posto? Nessuno può dirle qual è il suo posto... dove è il mio posto? Dove è il posto degli altri? Glielo dico io dove è. Dove lei è felice, lì è il suo posto.”

Ecco, posso dire che nella seconda metà del servizio civile, poiché le circostanze hanno fatto sì che l’esperienza procedesse secondo una direzione diversa rispetto a quella con cui era iniziata, mi sono interrogata diverse volte; dapprima per capire quale fosse il “mio posto” a Villaggio Fraternité, in quella piccola città a sud del Camerun (Sangmelima) e poi in generale se quel “posto” potesse essere nel mondo della cooperazione, che tanto mi aveva affascinato.
Per la seconda questione ho pensato di procrastinare momentaneamente la risposta, mentre per la prima ho deciso che la scelta migliore sarebbe stata quella di cercare di adattarsi, di essere flessibile e di trovare una nuova collocazione in quel contesto; ho perciò cominciato a correre (metaforicamente e letteralmente) ovunque ci fosse necessità e a svolgere qualsivoglia compito mi venisse assegnato, cercando di farlo sempre al meglio. 
A Villaggio avrei potuto fare certamente molto di più, ma poiché ho imparato ad essere un po’ meno severa con me stessa, posso dire che va bene così; in generale ho cercato di “profiter”: ho viaggiato “in solitaria” e in gruppo (adottata da dolcissime civiliste di un’altra ONG) e questo mi ha consentito di trarre il meglio sia dalla condivisione con altre persone che dallo star soli; in quest’ultima occasione ho scoperto una nuova sensazione di libertà. Mi sono lasciata trasportare da ciò che la realtà mi proponeva e ad un certo punto ho cominciato ad agire con più leggerezza, io che viaggio da sempre con pesantissime zavorre... e mi sono resa conto di questo piccolo ma grande mutamento che il Camerun aveva prodotto. Questo Camerun amato/odiato in un’altalena emotiva durata un anno.

È finita e come nei film alla fine sullo schermo nero scorrono i titoli di coda e i ringraziamenti alle persone che vi hanno partecipato.
Villaggio: un luogo speciale, una scuola unica e una vera e propria casa per tante persone, adulti e bambini.
La mia famiglia AVAZ a Roma e a Sangmelima. Gli chefs, amici e fratelli prima ancora che guide: hanno ascoltato i miei pensieri confusi e tentato di dare delle risposte; mi hanno sostenuto e supportato in plurime circostanze, mi hanno stimolato e attraverso conversazioni maieutiche mi hanno permesso di tirar fuori pensieri e riflessioni impolverati che per mia natura fanno fatica ad emergere; le loro splendide compagne hanno capito i miei complessi e le mie insicurezze e hanno “lavorato” in silenzio per ridimensionarli.
I miei piccoli coinquilini con cui sono cresciuta anche io, due bimbetti speciali che con abbracci e riflessioni “adulte” mi hanno conquistata (nonostante pianti e sveglie all’alba) e commosso, bussando al mio cuore duro.
Gli amici, alcuni dei quali sono diventati persone di cui mi sono fidata, io, sfiduciata per natura. Mi hanno accolta, integrata, aiutata ed io ho tentato di fare lo stesso nel mio piccolo.
Le mie sorelle: una ex volontaria, un’esplosione di carica, un arcobaleno dopo le piogge torrenziali camerunesi, diventata la complice che mi ha traghettato davvero fino alla fine (accompagnandomi in aeroporto) e una suora speciale, la compagna di viaggio degli ultimi sei mesi dal sorriso aperto e dalle braccia accoglienti, sempre pronta a dispensare consigli e adorabili quotidiane prese in giro. 
Chi si è affacciato sul percorso un po’ per caso, chissà...
Chi ha contribuito a farmi apprezzare questa cultura diversa, a farmi capire che non bisogna arrendersi anche quando tutto suggerirebbe di spegnersi.
Chi rimarrà nonostante le distanze.
A tutti loro va un sincero grazie!

Infine a chi mi chiederà nei prossimi giorni perché non si resta semplicemente in Italia, perché si parte per terre lontane, credo citerò sempre lo stesso vecchio film in cui il solito tizio dice che c’è gente che va al parco a dare noci agli scoiattoli perché farlo le rende felici. Ma alla fine, scoprire che ti rende più felice dare scoiattoli alle noci, va bene lo stesso.

Alessandra


mercoledì 19 febbraio 2020

«E finitela di essere pigri di vita, stropicciatevi gli occhi che è solo così che ci si rende conto della meraviglia» (Cit. Gio Evan)

Manca ormai poco alla fine del mio Servizio Civile. È stato un anno intenso, ricco di emozioni, di nuove scoperte, di nuovi inizi, di cambiamenti ma soprattutto un anno pieno di me. Potrà sembrare una considerazione egoista e non mi vergogno ad ammettere che sì, è stato un anno in cui ho imparato a pensare di più a me stessa. Questo anno di Servizio Civile è volato via, mi sembra ieri quando sono entrata per la prima volta nella sede di Avaz e sembra ieri il mio primo incontro a scuola. È stato, sicuramente, un anno bello movimentato e forse è per questo che sembra essere volato via … Dopotutto si dice che quando ci si annoia il tempo scorra lentamente e quando ci si diverte e si sta bene scorra più velocemente.

Il mio Servizio Civile è iniziato ed è finito con le scuole. Il primo incontro a cui ho partecipato è stato proprio una settimana dopo l’avvio del servizio e me lo ricordo bene. Eravamo io e Cecilia, la mia responsabile di progetto, e siamo andate in una terza media a parlare di consumo critico e commercio equo e solidale. Ricordo che mi sentivo spaventata ed emozionata allo stesso tempo. Avevo già avuto esperienze di incontri con i ragazzi ma non mi era mai capitato di farne uno a scuola e la cosa mi emozionava tanto. Qualche giorno fa, proprio come un anno fa, ero nella stessa situazione: io e la mia responsabile Cecilia in una terza media, per svolgere l’ultimo incontro del progetto sul consumo critico. L’emozione c’era sempre ma era un emozione che potrei definire “consapevole”. Consapevole di tutto quello che da Febbraio dello scorso anno a questa parte ho avuto modo di imparare e che vuoi o non vuoi mi viene spontaneo raccontare ai ragazzi. In queste ultime settimane abbiamo incontrato in tutto 7 terze medie, per un totale di 21 incontri svolti e di 142 ragazzi incontrati. In tre di queste terze medie abbiamo presentato il nuovo progetto del Percorso Scuolidale intitolato “Lo sfruttamento inquina il Pianeta”. Questi incontri mi hanno lasciato dentro un mix di soddisfazione ed entusiasmo perché non c’è niente di più bello di portare alla luce un progetto a cui hai dedicato tanto tempo ma soprattutto te stessa. La soddisfazione è stata proprio vedere l’interesse e l’entusiasmo di alunni e professori nei confronti del progetto.

Per il mio ultimo articolo ho pensato di fare qualcosa di diverso, ho pensato di “snocciolare” la parola volontaria e associare ad ogni lettera una parola che mi viene in mente per ripercorre questo anno.

VOGLIA. Questa esperienza è stata stimolante, motivante, un crescendo di emozioni che mi hanno fatto venire voglia di continuare, di andare avanti  nonostante quei momenti no che la vita ci riserva. E poi, come si dice, se c’è la voglia c’è tutto. Non penso sia un caso se la prima parola che mi è venuta in mente sia questa. Penso verrebbe in mente a chiunque un mercoledì mattina passi nella sede di Avaz perché la vedrebbe con i suoi stessi occhi. Io l’ho vista il primo giorno che sono entrata in sede, durante il primo incontro di formazione specifica, quando Carla raccontava a me e agli altri volontari la storia di Avaz. Ma l’ho vista anche quando Cecilia, la mia responsabile, mi ha raccontato tutto ciò che avevano fatto nell’area EAS (Educazione allo Sviluppo) fino a quel momento. Potrei raccontarvi tantissimi altri momenti, non basterebbe una pagina, perché avere voglia di fare è proprio ciò che caratterizza le volontarie di questa associazione.

CONSAPEVOLEZZA. Il Servizio Civile e i vari incontri a cui ho partecipato durante l’anno mi hanno sicuramente reso più consapevole sulla realtà che mi circonda. Anche se a volte sapere la verità fa male, di sicuro è meglio che ignorarla o non saperla per niente. Per questo mi sento di dire che questa esperienza mi ha formata soprattutto dal  punto di vista umano e non posso far altro che ricordala per sempre con gratitudine.

LUNA. E vi chiederete, che centra la luna? Dovete sapere che da quando ero piccola ho la passione per la notte, la luna e la stelle. Mia madre dice che la notte io prendo vita (come se fossi un vampiro), nel senso che parlo molto di più e sono super attiva. Quest’estate, per quasi tutto il mese di giugno, ogni giorno che arrivavo in sede e che aprivo la finestra della mia stanza ad aspettarmi su nel cielo c’era una lunetta un po’ sbiadita. Giuro che mi faceva compagnia tutta la mattina perché rimaneva sempre nel quadro della finestra. Lo vedo un po’ come un segno di protezione o forse come portare una parte di me in un contesto chiamiamolo di lavoro o meglio di esperienza di vita.

OPPORTUNITÀ. Grazie all’associazione AVAZ per avermi dato questa opportunità che, anche se forse non lo faccio vedere, per me ha significato tanto.

NUOVO. Come ho sempre detto, questa esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere ma anche di entrare a far parte di un mondo nuovo, quello del volontariato e delle ONG. È stata anche la mia prima esperienza di lavoro che a sua volta mi ha portata a fare diverse cose per la prima volta, come preparare delle interviste, partecipare a workshop, organizzare degli incontri, parlare ad una intera classe di adolescenti, ecc … All’inizio le novità mi spaventano sempre poi però appena finiscono non vedo l’ora di provarne delle nuove. 

TIMIDEZZA. Questa non mi manca mai, però durante quest’anno ho imparato a metterla un bel po’ da parte.

ENTUSIASMO. Mi hanno detto che in questo anno i miei occhi si sono accesi di voglia ed entusiasmo. Diciamo che è un po’ impossibile non farsi contagiare dalla voglia di fare delle volontarie Cecilia, Marta, Carla, Monica ed Annalisa. In questo anno le ho viste organizzare così tanti incontri ed eventi che spesso mi sono chiesta come fanno a far conciliare il loro lavoro nell’associazione con il resto della loro vita e soprattutto ad essere sempre piene di entusiasmo. Poi ho capito che bastano queste due cose, la voglia e l’entusiasmo, per andare avanti e allora mi sono lasciata contagiare anche io. Dopotutto ho fatto domanda per il Servizio Civile proprio per questo. Come ho detto prima, è proprio impossibile non farsi contagiare dalla bellezza dei progetti e delle attività che un gruppo di persone semplici, volenterose e con gli stessi ideali hanno creato nel lontano 1985.

ROMA. La prima parola che mi è venuta in mente con la r è Roma perché è legata ad un ricordo di inizio servizio civile. Prima di iniziare il servizio civile sapevo che ci sarebbe stata una settimana di formazione. In questa settimana  sarei dovuta stare all’interno di una struttura con ragazzi e ragazze provenienti da diverse regioni. La cosa mi spaventava un po’ ma tanto ero sicura che al massimo mi sarei dovuta spostare in un’altra zona di Roma. E invece non è stato così perché la formazione di quest’anno si è svolta a Catania. Ricordo ancora adesso, e mi viene da ridere, il terrore che si è dipinto sulla mia faccia quando Monica mi ha detto che sarei dovuta andare a Catania. Inutile dire che è stata un’esperienza bellissima, di cui porterò sempre un bel ricordo oltre che a tante risate.

INIZIO. Qui mi riaggancio alla parola “opportunità” e al fatto che questo Servizio Civile mi ha dato la possibilità di iniziare un nuovo capitolo della mia vita.

AVVENTURA. Mi piace definire così questo anno, una lunga e bellissima avventura che ho avuto il piacere di vivermi a pieno. 

Vorrei finire il mio articolo con queste parole scritte da Carla, responsabile dell’area EAS, qualche giorno fa in conclusione degli incontri con le scuole:“Ognuna di voi sia fiera del contributo che dà … e una menzione speciale la meritano gli occhi di Elisabetta che in questo anno si sono accesi di voglia ed entusiasmo.” Concludo così, con queste parole che mi hanno fatta emozionare e ringraziando le mie colleghe dell’area EAS perché è anche grazie a loro se queste parole sono vere. 
Elisabetta

venerdì 4 ottobre 2019

“Smettetela di trattenervi, siete fatti per esplodere” (Cit. Gio Evan)


In questi primi 6 mesi di servizio civile sono entrata a far parte di un mondo nuovo, quello delle ONG, del volontariato e della cooperazione che prima non conoscevo. La formazione di inizio servizio mi è servita tantissimo per inquadrare il mio anno di servizio civile e soprattutto mi ha dato le basi per affacciarmi a questo nuovo mondo. La mia esperienza di servizio civile si sta rivelando come un’esperienza di crescita professionale ma soprattutto personale. Ho imparato a mettermi in gioco, ad avere più fiducia e autostima in me stessa, a lasciare da parte la mia pigrizia e timidezza e ad avere più coraggio in ciò che faccio. Penso che tutto ciò che ho imparato fino ad adesso si rafforzerà tantissimo alla fine del servizio civile sia perché manca ancora molto sia perché già so che nei prossimi mesi ci sarà tanto da fare e avrò tante altre occasioni per mettermi in gioco. In fondo io ho scelto di fare domanda proprio per questo motivo, avevo bisogno di qualcosa che mi facesse tornare la voglia di fare e di mettermi in gioco.
Per quanta riguarda la questione del mettermi in gioco, vi vorrei raccontare di quando quest’anno mi hanno chiesto di testimoniare la mia esperienza durante la Festa della Repubblica ai Fori Imperiali. Che dire! Mai avrei pensato di fare una cosa del genere! E invece che io ci creda o no l’ho fatta. Il 2 Giugno ho rappresentato i volontari del servizio civile universale facendo delle interviste per le diverse tv nazionali in cui ho potuto raccontare la mia esperienza e testimoniare il progetto in cui sono impegnata.  
La cosa che mi stupisce ancora adesso è che quando mi è stato proposto non ci ho pensato neanche un minuto e ho detto subito di sì. Devo ammettere che la mattina del 2 mi sono mandata tanti accidenti perché avevo un po’ di ansia, ma alla fine sono andata bene. Sono stata bravissima, me l’hanno detto in tanti, ma la cosa più importante per me è che io stessa me lo sono detta da sola e continuo a farlo tuttora. Ogni tanto mi concedo anche io una pacca sulla spalla. Per la preparazione delle interviste devo ringraziare Marta che con molta pazienza mi ha aiutato nelle simulazioni, ricordandomi ogni secondo di sorridere e guardare in camera.
La cosa più bella che ho imparato in questi sei mesi è il rapporto con gli altri. Ho iniziato a capirne l'importanza durante la settimana di formazione a Catania e ho continuato a farne tesoro in questi mesi di servizio. Creare dei legami con chi ci sta intorno, solo così possiamo essere felici e vivere bene.

Proprio ieri, dopo un pomeriggio in cui mi sentivo un po’ giù di morale, un messaggio con tanto di video in allegato mi ha fatto rispuntare il sorriso. Era il video dei bambini di Villaggio Fraternité che cantavano l'inno nazionale e il messaggio diceva: "Giusto per farti vivere un po’ la realtà di villaggio". Quando prima ho parlato di creare dei legami è questo che intendevo. È stato bellissimo ricevere quel messaggio perché mi sono sentita, nel mio piccolo, come se fossi lì anche io. Il messaggio mi è stato mandato da Alessandra, anche lei volontaria in servizio civile di Avaz, con la quale mi sono trovata bene fin da subito. Ogni tanto ci scriviamo per aggiornarci e raccontarci le attività che svolgiamo.

Io sono impegnata in un progetto di educazione allo sviluppo che si chiama “IntegrAzione: educare alla pace e alla cittadinanza attiva”. Il progetto prevede attività che si svolgono sia in sede Avaz che fuori, principalmente nelle scuole del III Municipio. Proprio per gli incontri nelle scuole, nei mesi estivi ho lavorato ad un terzo progetto che si chiama “Lo sfruttamento inquina il pianeta”. Lo presenteremo nelle scuole a partire dal mese di Novembre, in cui inizieremo gli incontri anche sul Consumo Critico e sui Diritti Umani.
Un anno fa, proprio in questo periodo, decisi di fare domanda per il servizio civile. Ad oggi sono molto contenta della scelta che ho fatto e penso che tutti, almeno una volta, dovrebbero fare un esperienza del genere.
Questa esperienza si sta rivelando un crescendo di emozioni che voi neanche immaginate.
                                                                                                                         
                                                                                                                       Elisabetta

giovedì 27 giugno 2019

La nostra Ecolensemble in Senegal ha festeggiato la fine del primo anno scolastico

In Senegal, in prossimità della chiusura delle attività didattiche e da ben 31 anni, si celebra la Settimana Nazionale del Bambino a ricordo e sostegno della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Bambini. I festeggiamenti cominciano il 16 Giugno in concomitanza con la Giornata Internazionale del Bambino Africano. Questa celebrazione, istituita dall'Organizzazione per l'Unità Africana e dalle Nazioni Unite, ricorda e onora la memoria delle vittime della marcia avvenuta nel 1976 a Soweto, in Sudafrica, in cui migliaia di studenti manifestarono per protestare contro il decreto governativo che introduceva l’afrikaans, la lingua dei bianchi segregazionisti, nonché simbolo del regime dell'apartheid, come lingua ufficiale d’insegnamento.

I bambini della nostra nuovissima scuola costruita a Jaxaay, nella periferia di Dakar, hanno inaugurato la loro Settimana Nazionale del Bambino festeggiando proprio la Giornata del Bambino Africano. Le attività, che hanno visto la presenza di autorità locali, rappresentanze di altre Organizzazioni della Società Civile italiane e internazionali (WORD VISION, CISV, GREENCROSS) e naturalmente la partecipazione della popolazione, sono cominciate al mattino con la marcia in ricordo delle vittime di Soweto. I bambini, insieme a quelli di un’altra scuola vicina, hanno camminato per le vie della cittadina, mostrando orgogliosi lo striscione con su scritto il tema della Giornata del Bambino Africano 2019: “L’azione umanitaria in Africa: i diritti dei bambini prima di tutto”. Una volta ritornati a scuola la festa è entrata nel vivo grazie agli sketch preparati dalle due scuole ed alla performance del comico DADA e della sua marionetta danzante a forma di scimmietta. Un piccolo rinfresco ha chiuso l’evento tra i sorrisi e le danze.



Il 20 Giugno la nostra scuola è stata invitata dal Ministero della Famiglia, della Donna e della Protezione dei Bambini e dalla Ong WORD VISION, presso il Gran Teatro Nazionale di Dakar all’evento di chiusura delle attività della Settimana Nazionale del Bambino.  All’avvenimento, di grande impatto mediatico e simbolico, sono state invitate circa 24 scuole, pubbliche e private, per un totale di circa 1000 bambini, che hanno riempito tutti i posti della platea e della tribuna del bellissimo teatro. Presenti inoltre, molti membri del suddetto ministero, l’UNICEF e tutte le grandi Ong internazionali attive in Senegal nella protezione dell’infanzia (SAVE THE CHILDREN, PLAN INTERNATIONAL, CHILD FOUND, SOS VILLAGGIO DEI BAMBINI ed altre).
I bambini della nostra scuola, acclamati dal pubblico, sono stati i primi a salire sul palco e a recitare il loro sketch a tema. Sono seguiti recite, poesie, canti e balli, per circa due ore di spettacolo. Al termine, sono stati consegnati i diplomi di riconoscimento e la nostra ST. JUDE ECOLENSEMBLE, grazie all’impegno dei bambini e delle nostre valide insegnanti Madame SAMBOU Marie Jeanne SADIO e Madame LOPPY Angélique Marie Michelle SADIO, ha ricevuto un diploma di merito.
Il discorso di chiusura del viceministro ha infine lasciato spazio al famoso rapper DIP, sostenuto dai calorosi cori del pubblico.




Sono stati giorni ricchi di sorrisi e speranze che ci hanno fatto ancora una volta riflettere sull’importanza dei diritti dei bambini in Senegal e nel mondo.

La nostra scuola St. Jude Ecolensemble ha partecipato attivamente e con vivacità, chiudendo magnificamente il suo primo anno scolastico in Senegal.

Come si dice: “Chi ben comincia…”.
BUONE VACANZE A TUTTI!
Michele Garramone, Resp. Progetto Senegal e Rappresentante Paese

Per maggiori informazioni visita la pagina del progetto AVAZ  Ecolensemble

venerdì 3 maggio 2019

La scelta di Arianna

A giugno 2018 ho terminato l’ultimo anno di liceo classico e mi sono trovata davanti ad un grande bivio: scegliere una facoltà ad esclusione oppure cercare un’esperienza lavorativa che potesse aiutarmi a capire e scoprire qualcosa in più di me stessa fuori dalla mia “comfort zone”.
Ho deciso così, durante l’estate, di cercare un progetto di volontariato in campo educativo o ambientale ed ho iniziato a mandare svariate candidature per progetti di Servizio Volontario Europeo (in Europa).
Tra le varie ricerche ho incontrato anche la possibilità del Servizio Civile Nazionale all’estero e, oltre alle candidature in ambito europeo, ho fatto domanda per un progetto in Madagascar non essendo richiesta nessuna competenza specifica, a parte la lingua francese.
Mi sono presentata poche settimane dopo nella sede della ONG di riferimento e non avendo io alcuna aspettativa a riguardo, ho messo in chiaro che probabilmente non ero la figura adatta a coprire il ruolo ricercato. Si era così chiuso per me il capitolo del Servizio Civile senza alcun rimorso.

E quindi come sono arrivata a fare parte di un progetto di Servizio Civile in Cameroun?!
Effettivamente tre mesi dopo la mia candidatura al servizio civile nessun bando SVE mi aveva richiamata: avevo cominciato a fare qualche lavoretto saltuario, mi ero avvicinata ad alcuni progetti nel sociale con gruppi di giovani di Bologna e stavo pensando di intraprendere a settembre 2019 un percorso universitario, insomma mi ero ricreata un nuovo quotidiano, anche se non era andata via la speranza di partire per un’esperienza all’estero.
Ero quindi in attesa dell’arrivo di un'esperienza ma non sapevo bene come orientarmi per trovarla.

Durante un breve soggiorno fuori casa, in un momento inaspettato, mi è arrivata una chiamata da un numero sconosciuto con il prefisso di Roma. Ho deciso, come di norma faccio, di richiamare il numero e la voce che mi ha risposto era quella di Monica, la responsabile di Servizio Civile per AVAZ, una ONG romana a me ignota, che mi chiedeva se ero disposta a partire e lasciare la mia quotidianità, i miei punti di riferimento le mie certezze e incertezze da ventenne, per imbarcarmi in una nuova avventura in terra africana.
Sono rimasta un po’ scossa sul momento: non era assolutamente nei miei piani di andare a vivere per un lungo anno in un posto tanto lontano e quindi ho chiesto a Monica qualche giorno per pensare alla proposta.
Sono andata subito a vedere cosa fosse Villaggio Fraternité e ho trovato il video delle ex-civiliste sul loro servizio civile che mi ha trasmesso una energia talmente positiva da farmi salire un sorriso naturale, facendomi immedesimare in quel posto del mondo che fino a venti minuti prima non sapevo neanche dove si collocasse.

Ho preso la decisione da sola, senza né la pressione né il supporto dei miei affetti e tuttora penso che ciò sia stato decisivo per la mia partenza.
La sera stessa, pensando e ripensando alla proposta, mi è salito un nodo tra la pancia e la gola, non so se dovuto più alla paura o più all’adrenalina che si era messa a circolare nel mio corpo dal momento della telefonata.
Ancora incredula, nell’etichetta della Yogy-tisana mi è apparsa una saggia frase  “Let things come to you” e un altro brivido mi è salito sulla schiena procurandomi un secondo sorriso.
A quel punto non ho atteso troppo e d’impulso ho scritto a Monica che ci saremmo risentite il giorno dopo ringraziandola per essere apparsa sul mio cammino.

Penso che potrei descrivere tutti i pensieri che mi sono passati velocemente in mente quella sera, che soprattutto resteranno impressi nella mia memoria, perché son stati talmente forti da portarmi a fare questa scelta radicale.
Con tantissima paura ho deciso di prendere questo treno che mi è passato un po’ all’impazzata e un po’ imprevedibilmente, ma che credo mi farà capire, con esperienze positive e negative, molte cose.
I vent’anni sono una fase difficile della persona, ancora non si sa niente del mondo e della vita e si ha questa carica immensa di energia che è difficile canalizzare. Sono anni di semina quanto di scoperta, di sondaggio del terreno fertile e di quello arido, con la speranza che i pochi strumenti acquisiti possano essere quelli giusti per discernere cosa è bene e cosa lo è meno.
Un augurio voglio fare all’Arianna che ritornerà dal suo anno africano: "Sappi apprezzare sempre ciò che hai, in qualsiasi parte del mondo tu sia, perché vorrà dire che saprai amare te stessa e questo ti darà il giusto gusto per apprezzare la Tua libertà".

Arianna Pedone

martedì 26 marzo 2019

Elisabetta racconta perché ha scelto di fare il servizio civile


Mi chiamo Elisabetta, ho 21 anni e sono nata e cresciuta a Roma. Studio Lingue e Culture Straniere, in particolare spagnolo e francese. Ho iniziato ad appassionarmi alle lingue quando andavo alle medie perché ho iniziato a studiare spagnolo. Lo spagnolo occupa una parte molto importante nella mia vita, sia perché i miei studi dopo la scuola media sono stati scelti in funzione di questa lingua, sia perché è in parte causa di un momento di crisi che mi ha portato poi a scegliere di presentare domanda per il Servizio Civile.

Nell’estate 2017 ho dato il mio primo esame di spagnolo all’università, ma purtroppo sono stata bocciata. Questo ha scaturito in me molti pensieri negativi, dettati soprattutto dall’insicurezza, che mi hanno bloccato per un anno intero. Un anno in cui mi sono sentita persa, in cui non sapevo bene cosa fare o dove andare. Non ero motivata, ma sentivo il bisogno di impegnarmi in un qualcosa che mi facesse stare bene, che mi aiutasse ad uscire dal groviglio di negatività in cui ero entrata. Così a Settembre ho deciso di fare domanda per il Servizio Civile con l’obiettivo di impegnarmi in un progetto che mi desse tante emozioni e per iniziare a sciogliere il groviglio che avevo dentro.

Sono venuta a conoscenza del progetto di Avaz tramite i miei genitori perché conoscono alcuni volontari dell’associazione. Il progetto di Educazione allo Sviluppo mi ha incuriosito fin da subito perché mi ha un po’ ricordato quello che facevo nella mia parrocchia come educatrice di Azione Cattolica. La scelta di fare domanda per il Servizio Civile unita a quella di iniziare una terapia dalla psicologa, sono stati i primi passi che ho mosso verso me stessa.

Devo ammettere che ero molto preoccupata quando sono partita per la formazione generale per il Servizio Civile che si è tenuta a Catania, sia perché non avevo una preparazione sulle ONG e sulla Cooperazione, sia perché sono timida e faccio fatica a relazionarmi con gli altri. Ho iniziato la settimana con la voglia di piangere per la paura e l’ho finita allo stesso modo perché non volevo finisse così presto. È stata una settimana piena di emozioni, ho imparato cose nuove e soprattutto mi sono messa in gioco. Ero l’unica della mia ONG e questo mi spaventava. Per fortuna ho conosciuto delle persone fantastiche che mi hanno accolto facendomi sentire a casa. Ho scoperto quanto sia importante creare dei legami con chi ci sta intorno perché solo così possiamo essere sereni e vivere bene. Esco da questa settimana di formazione piena di energia.

Da quest’anno mi aspetto di ricevere tante emozioni. Sarà un anno in cui metterò tutta l’energia ricevuta dalla settimana di formazione e spero solamente di svolgere a pieno il mio ruolo.
Qual è il mio ruolo? Io sono una volontaria e come volontaria ho il compito di creare una rete di tessitori, una rete di persone che come dei fili s’intrecciano tra di loro dando vita a un qualcosa di unico, colorato e forte, tanto forte.

Elisabetta De Angelis

giovedì 13 dicembre 2018

L'impegno


La seconda metà del mio Servizio Civile è stata nettamente diversa rispetto alla prima.
Ho affrontato una nuova sfida: PROGETTARE.
A differenza del lavoro in classe, con un percorso già fatto, collaudato e ben avviato, pensare a un nuovo percorso didattico da zero è stata davvero un’avventura.
Un lavoro che inizialmente è abbastanza arido, si cerca materiale, si verificano notizie, dati, fonti ufficiali e la sensazione è quella di non riuscire mai a finire qualcosa fino in fondo.

Bisogna pensare a un tema da presentare ai ragazzi, che molto spesso è ampio e complicato, cercare di “incastrarlo” in un format di poche ore trovando il modo di renderlo leggero, immediato, semplice e fruibile per ogni fascia d’età .
E lo dice una persona che in un articolo per un blog scrive “fruibile” … quindi si può ben immaginare la sfida!
Ho valutato e abbozzato diversi progetti, dallo sviluppo sostenibile alla storia dell’immigrazione ma alla fine la scelta è ricaduta sui Diritti Umani, in particolare sul diritto all’istruzione e il diritto allo svago.
Mi piaceva l’idea di proporre questi diritti complementari e di parlarne in classe, volevo che i ragazzi si immedesimassero, capire la loro realtà per non darla mai per scontata per poi portarli ad ampliare il loro campo visivo sul mondo.

Bene. Quindi una volta riusciti ad individuare l’argomento principale si preparano le slide, i video, le immagini, si scrivono le scalette dei vari incontri ed è fatta, no?
Eh no.
L’arrivo del nuovo anno scolastico, quindi della realizzazione del nuovo progetto, è probabilmente il momento in cui mi sono sentita più insicura e preoccupata di tutto il mio anno da civilista.
Il momento in cui ti metti davvero alla prova con qualcosa di tuo, che ti appartiene, che viene dalla tua esperienza e dalla tua vita.
Il momento in cui si scopre se quello che hai pensato e scritto su un foglio di carta funziona nella vita reale, se i ragazzi reagiranno proprio come tu hai pensato che avrebbero reagito, se il messaggio che volevi passare viene percepito bene.


Mille domande e mille interrogativi che devono trovare una risposta.
Troppo melodrammatica?
Si, decisamente, anche perché alla fine il progetto è andato bene.
Ma è questo quello che provato durante quell’ora sulla metro e quei pochi minuti prima di entrare a scuola.

Non sono mai stata sola, sono sempre stata aiutata e affiancata dalle persone che hanno lavorato con me in questo anno e in questa fase, devo e voglio riconoscerlo perché è anche merito loro se sono riuscita a portare a termine il mio Servizio Civile con entusiasmo.

Le mie conclusioni.
Quest’anno è stato uno degli anni più impegnativi che io abbia mai passato, sono cresciuta sia professionalmente che umanamente.
Ho imparato tante cose ma soprattutto ho riscoperto una parte di me che avevo sepolto a causa dei miei impegni personali.
L’impegno per il sociale, dedicare il proprio tempo per il bene di qualcun altro, i ragazzi a cui ho cercato di trasmettere dei valori combattendo per abbattere un muro di cinismo che purtroppo vedo comparire troppo presto.
Tutto questo fa parte di me e spero di continuare a coltivarlo nella mia vita, con l’impegno e la dedizione di quest’anno appena passato.


                                                                                                                              Marta Chionchio

venerdì 23 novembre 2018

Il coraggio


Se i primi sei mesi di Servizio Civile è stato faticoso e difficile adattarsi, gli ultimi sei si sono susseguiti uno dopo l’altro senza che nemmeno me ne rendessi conto. Le due settimane trascorse in Italia durante il rientro di metà servizio mi sono servite per fare una sorta di bilancio della prima parte della mia esperienza. Sono quindi tornata a giugno carica e pronta a mettermi in gioco ancora di più, spinta da quella sensazione di aver lasciato indietro delle cose, e che quella sarebbe stata l’ultima opportunità per farle. Per raccontarle tutte non basterebbe un articolo.

Concludo il mio servizio Civile con la consapevolezza che forse non avrò lasciato una grande impronta a livello progettuale, ma so di averla lasciata nel cuore di alcuni. Di Giovanni, che adesso viene a cercare la sua maestra d’inglese dicendomi “Tata, Tata, Sono arrivato primo della classe!”; di Flora, che nonostante sia già al liceo, ogni volta che vado a portarle un libro mi saluta con un dolcissimo abbraccio; di Ma’a Marie , che mi vuole bene come se fossi sua nipote; di Bernadette e Benjamain, che ogni volta che vado a far loro visita hanno sempre un piatto pronto per me. So che tutti loro e altri, si ricorderanno sempre di Tata Francesca. Ma ciò di cui non si rendono conto è di quanto loro hanno trasmesso a me e che per questo li ringrazierò per sempre. Mi porterò sempre nel cuore quello che mi hanno insegnato, per esempio a vivere la vita con più leggerezza e coraggio.

Ho anche acquisito un’altra consapevolezza, ovvero che il Cameroun è un paese che ha compreso quanto l’educazione sia importante per crescere un popolo in grado svilupparsi. C’è ancora molto lavoro da fare in questo senso e Villaggio Fraternité, in una piccola comunità come quella di Sangmelima, rende possibile a dei bambini, che altrimenti non ne avrebbero la possibilità, di diventare dei giovani intelligenti e responsabili. Sono orgogliosa di aver dato il mio contributo, anche se minimo, a questo progetto.


Negli ultimi giorni a Villaggio mi sono sentita avvolta da un forte sentimento di nostalgia. Mi sono resa conto che non vedrò i bimbi della materna passare dalla divisa rossa a quella blu della primaria, non andrò più a fare la spesa al mercato di Sangmelima, non sarò più in ufficio pronta a dare una matita a chi ha già finito la propria e non vedrò più il prugno davanti casa carico di frutti. Villaggio Fraternité e Sangmelima sono state la mia famiglia e la mia casa in quest’ultimo anno e mi rattrista molto dover salutare quella che ormai era diventata la mia quotidianità.



 Spero che il mio saluto sia soltanto un “arrivederci, a presto”  e che di tanto in tanto avrò l’opportunità di passare a Villaggio e vedere come i bambini e i girasoli siano cresciuti e sentirmi fiera di ciò.

Francesca Bucaletti

martedì 31 luglio 2018

A Villaggio Fraternité si coltiva-di Ilaria Tinelli


A Villaggio Fraternité si coltiva: Coltiviamo i diritti dei bambini!
Coltiviamo i loro diritti offrendogli l’opportunità di poter frequentare la scuola e crescere, di far maturare i frutti di una buona formazione proveniente dalla preparazione che i nostri insegnanti e nostri educatori quotidianamente gli trasmettono.
Coltiviamo i loro diritti perché ogni bambino del Centro d’Accoglienza viene sostenuto in quanto persona umana, garantendo le spese mediche e quelle scolastiche, il supporto pomeridiano nello svolgimento dei compiti e un pasto quotidiano. Ci prendiamo cura degli “ultimi”, di quei bambini che si trovano a vivere in famiglie con difficoltà economiche, che sono orfani e che hanno degli handicap.

A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo i legami interpersonali!
Coltiviamo i legami di amicizia che, piano piano, iniziano a germogliare e a portare colore laddove la terra, nonostante sia nel cuore della foresta equatoriale, non è sempre fertile. Quelli con i bambini, con i colleghi, con il popolo camerunese per riuscire, nutriti dallo stesso “fertilizzante d’amore”, a sbocciare vicini per colorare questa terra e renderla più vivace perché, solo uniti, possiamo far diventare incantevole il mondo in cui viviamo.
A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo frutti ed ortaggi!
Coltiviamo papaye e guaiave, ananas e platani, avocado e manghi per portare un po’ di dolcezza nella vita di chi, quotidianamente, mette piede a Villaggio, ma anche in quella di chi, al mercato, decide di comprare i nostri prodotti.
Coltiviamo i folong che, da piccoli semi che erano, abbiamo visto crescere giorno dopo giorno annaffiandoli, piante di cui ci siamo prese cura lavorando la terra, potandoli, nutrendoli ancora e cogliendoli per poi cucinarli e servirli nei piatti dei nostri bambini.


A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo la nostra crescita personale!
Coltiviamo la nostra crescita mettendoci in gioco anche quando le nostre proposte vengono rifiutate, continuando la partita senza scoraggiarci dal goal subito e giocando in attacco.
Coltiviamo la nostra crescita personale perché ci confrontiamo con i nostri difetti, cercando di migliorarli e, perché no, con i nostri pregi, valorizzandoli.
Coltiviamo la nostra crescita personale quando, dall’amore donato ai nostri bambini durante l’anno scolastico, ne riceviamo in cambio uno più grande, venendo così rivestiti da una grande gioia, frutto della relazione di affetto creatasi.
A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo la bellezza di vivere!
Coltiviamo e apprezziamo giorno dopo giorno, tramonto dopo tramonto, abbraccio dopo abbraccio, il fascino della vita, quel respiro puro, quella boccata d’ossigeno che tanto desideravo trovare all’inizio del mio anno di Servizio Civile.
Coltiviamo la bellezza della vita con ogni sua sfumatura, negativa o positiva che sia, in ogni sorpresa che ci offre e che mai ci saremmo aspettati perché è soltanto quando ci sentiamo pieni dell’amore vero che la vita ci sorride ogni giorno.



Ilaria Tinelli

martedì 12 giugno 2018

Il racconto dei primi sei mesi da civilista di Jessica-di Jessica Valerani



Il famigerato giro di boa è arrivato, eccomi nel mio rientro di metà servizio. Sembra ieri, il 6 dicembre 2017, quando sono arrivata a Sangmelima piena di dubbi e di incertezze ma pronta a vivere quest'esperienza che desideravo da tempo.  Avevo deciso di non crearmi grandi aspettative e questo è stato un bene, l'Africa, anzi il Camerun (visto che è in questo Paese che sto vivendo la mia esperienza) si è rivelata una terra ricca di sorprese e contraddizioni.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita io la "diversa". La prima parola che si impara in Bulu, la lingua della regione del Sud, é mitangan, bianco appunto. Te lo senti dire per strada mentre cammini, al mercato mentre fai la spesa e ricevi proposte di matrimonio da uomini follemente innamorati di te o forse solo del tuo colore. Uno stigma, retaggio probabilmente del colonialismo, che personalmente mi ha fatto inizialmente diffidare dei locali, per chiudermi dove invece mi sono sentita subito a casa: a Villaggio Fraternité.

Sono alla prima vera esperienza di lavoro con i bambini eppure è proprio con loro che fin da subito sono riuscita a sentirmi me stessa, libera di potermi esprimere. Cosa che invece non è successa con gli adulti e la comunità locale, ma in questi mesi ho capito che bisogna darsi tempo quando ci si vuole inserire in una realtà culturalmente molto diversa dalla propria. Entrare in punta di piedi, iniziare a conoscere prima le cose e le persone vicine a te, ascoltare i consigli dei colleghi con cui lavori e condividi gran parte della tua giornata. E poi piano piano, senza darsi fretta, iniziare a mettere la testa fuori dal proprio guscio accettando, ad esempio, l'invito di Angeline, la cuoca di Villaggio, a fare una visita al suo campo in brousse ovvero nel cuore della foresta equatoriale, e ritrovarmi a piantare bâton de manioc per darle una mano nel mio piccolo. 



Per quanto mi riguarda sento di essere cresciuta molto, di essermi messa in gioco entrando in classi da 40 bambini per cercare di fare lezione, ma poi ammettendo i miei limiti chiedendo alle maestre tata Carole e tata Edith di restare al mio fianco per aiutarmi a gestire tutti quei piccoli mostriciattoli. 
Ho imparato a non avere paura di girare da sola per strada, a sorridere e salutare nella lingua locale.
Ho iniziato ad interessarmi seriamente al mondo della cooperazione, apprezzando il grande lavoro e la passione che sta dietro a questo progetto di sviluppo operativo da ormai 10 anni.
E infine ho confermato la mia certezza che mettersi in gioco, partire, conoscere nuove culture e diversi modi di vivere è qualcosa che ti dà davvero tanto. 

È difficile mettere nero su bianco e far capire a chi non vive questa esperienza quanto ogni difficoltà da affrontare, ogni abbraccio, ogni sorriso siano qualcosa di amplificato qua, che resterà per sempre nella mia mente.

Sono appena rientrata dopo due settimane passate in Italia e le sensazioni che avevo avuto la prima volta sono cambiate (caldo e umidità a parte che non mancano mai insieme alle moustiques) ora qui mi sento a casa. 
Ora spero di vivere al meglio i 6 mesi che restano e cercare di lasciare nel mio piccolo qualcosa a tutti i nostri bimbi che non vedo l'ora di riabbracciare!

di Jessica Valerani

giovedì 24 maggio 2018

Francesca racconta i suoi primi sei mesi a Villaggio Fraternité-di Francesca Bucaletti

È metà maggio, e tra qualche settimana scadrà il mio visto di sei mesi per vivere in Cameroun. Questo vuol dire che sono già a metà della mia esperienza di servizio civile. Ricordo perfettamente la spaesatezza e la confusione con cui osservavo la silhouette della foresta equatoriale fuori dal finestrino durante il tragitto Yaoundé -Sangmelima il giorno del mio arrivo. Quella è stata una delle prime occasioni in cui mi sono detta “Fra, sei in Africa”. 
Arrivata a Villaggio Fraternité, di sera, le cicale mi hanno fatta sentire un po’ come a casa mia d’estate. Un’altra cosa che Villaggio ha in comune con casa mia in Toscana è il fatto di trovarsi a qualche chilometro dal centro città. Siamo immersi nel verde e lontani dal brusio della ville. 
Nonostante le somiglianze con il mio paesino natale, ce ne ho messo di tempo per adattarmi! 

I primi due mesi mi sentivo un po’ persa, sia nei confronti del mio ruolo nel progetto, sia nella quotidianità. Ma non ho mai pensato di aver fatto la scelta sbagliata e di voler tornare indietro. Infatti col tempo e la voglia di fare ho trovato la mia dimensione e adesso mi sento a mio agio con il contesto e con me stessa. 
Per questo devo ringraziare i sorrisi dei bambini, i consigli dei miei “Chefs” Flavio Valerio e Michele e le parole di conforto scambiate con le mie colleghe civiliste, ormai “mes sœurs”.

In questi mesi ho imparato molte cose ma quella più importante è a mettermi in discussione, e sono tante le volte in cui mi sono trovata a farlo. 

In primis ho imparato a mettere in discussione le aspettative. Si parte dall’Italia un po’ tutti con l’idea di aiutare il prossimo e che quindi si ricoprirà un ruolo indispensabile, e invece ti rendi conto che non è proprio così.. Villaggio Fraternité è un progetto già ben avviato, che gode di un’ottima reputazione a Sangmélima e resta solo da perfezionarlo. 
Se all’inizio questa cosa mi frustrava, adesso ho capito che è bene rendersi utili ma mai indispensabili, e che le persone apprezzano quello che fai, anche se è un piccolo gesto, se lo fai con il cuore. 

Inoltre ho imparato a mettere in discussione le mie certezze. Sorrido quando penso che, fino a prima della mia partenza, chiedevo se ci fosse possibilità di tornare qualche mese prima per cominciare di fretta e furia la magistrale - perché non si può “perdere”un altro anno. Adesso se mi offrissero di rimanere qualche mese in più accetterei senza pensarci due volte!

Ho imparato che cos’è un progetto di sviluppo ed ho toccato concretamente l’impegno e la fatica che stanno alla base di tutto ciò. Professionalmente mi sono messa in gioco in mansioni che non avrei mai pensato di svolgere, prima di scegliere di fare in servizio civile. Le lezioni di inglese con i bambini si sono rivelate una ricchezza soprattutto per me; ho scoperto l’importanza di lavorare sull’aspetto comunicativo di un progetto; ho provato la gioia nel vedere spuntare da sotto il suolo le prime fogline dei semi che avevo piantato, e l’orgoglio nel vederle crescere! 

Ho imparato a sentirmi la diversa, la mtangan, la blanche, la wat e a fare i conti con i pregiudizi e le immagini che questi appellativi creano nell’immaginario degli Africani. 

Ma soprattutto ho imparato tanto, moltissimo su di me e su una parte del mio carattere che era ancora totalmente inesplorata. Perché il Servizio Civile è molto più di un anno di volontariato all’estero; in quell’anno vivi, e impari a vivere veramente. 


Non mi resta che dire che aspetto con ansia di vedere cosa mi riserveranno i prossimi sei mesi.

di Francesca Bucaletti 

mercoledì 13 dicembre 2017

Ecco perché Anna ha scelto il Servizio Civile

A Marzo 2015 ho iniziato a lavorare in un centro accoglienza per richiedenti asilo a Milano, dove sono stata a contatto con ragazzi di diverse nazionalità africane. Più i giorni passavano, più mi rendevo conto di come alcune loro idee e alcuni loro comportamenti erano davvero difficili da “decifrare” e quindi comprendere secondo le nostre categorie “occidentali”. Tutto ciò portava a incomprensioni e conflitti, che erano invece facilmente risolvibili quando ci si fermava a ragionare, uscendo dai quei preconcetti costruiti secondo la nostra cultura.

Da qui nasce quindi la voglia di immergermi io stessa in un paese a me sconosciuto da ogni punto di vista, per due motivazioni in particolare: innanzitutto per fare un’esperienza che mi desse la possibilità di conoscere più da vicino una di quelle culture con cui quotidianamente ero in contatto grazie al mio lavoro. In secondo luogo, ma non meno importante, per provare cosa vuol dire essere straniera, trovarsi catapultata in un paese così lontano geograficamente e culturalmente dal mio, un paese di cui so solo quelle poche informazioni reperibili sul web (e chissà se poi corrispondono alla realtà). 
Per la prima volta sarò io a dovermi adeguare a usi, costumi, linguaggi altrui. Credo che, per chi come me vuole lavorare nell’ambito delle migrazioni, sia indispensabile fare esperienza di quelle sensazioni di spaesamento e frustrazione iniziali, tipiche delle situazioni di emigrazione.

A tutte queste belle e ragionevoli motivazioni, si aggiunge quella che io definisco “vocazione”, un qualcosa dentro di me che mi dice “Vai!”, una forza inspiegabile che mi spinge a prendere decisioni come questa: “Mollo tutto e faccio un anno di servizio civile in Camerun”, una decisione pazza e irresponsabile per la maggior parte dei miei amici e famigliari, l’unica decisione di buon senso che, a mio avviso, potevo prendere in questo momento della mia vita.
Non ci sono motivazioni comprensibili alla ratio umana, ma solo una spinta interiore impossibile da spiegare con le parole.


Anna Franzoni
Volontaria in Servizio Civile in Camerun 

Perché hai scelto il Servizio Civile? La testimonianza di Francesca

Due anni fa non avrei mai immaginato di scrivere un articolo per spiegare il motivo che mi ha spinto a scegliere di fare un anno di Servizio Civile all’estero, in Africa.
Eppure, negli ultimi mesi, è stato un interrogativo che mi è stato posto numerose volte. Prima da parenti e amici, con un tono di interdizione e curiosità, ma anche da colleghi civilisti che come me stanno per partire. Anch’io per prima me lo sono domandata e me lo domando spesso.
Ogni volta mi do una risposta diversa. Non perché io non sia sicura della mia scelta, bensì perché le motivazioni sono molteplici e oltretutto sono mutate con il tempo.

Se all’inizio la spinta principale è nata dalla voglia e dal bisogno di mettermi in gioco in un’esperienza totalmente nuova, adesso ho capito che ciò che mi smuove è molto più profondo e che mi sto imbarcando in un’avventura che potrebbe cambiarmi la vita. Anzi, che sicuramente, comunque vada, mi cambierà la vita.  
Sono certa che sarà un anno ricco di emozioni forti e spero che mi aiuti a crescere e a capire se il mondo della cooperazione internazionale è quello giusto per il mio futuro.


Soprattutto ho scelto il Servizio Civile non per me, ma per gli altri.
Perché credo nei valori di Pace, Solidarietà e Libertà. Sono fiera di far parte di questo gruppo di giovani civilisti che, come me, si sono fatti ambasciatori di questi principi, senza paura di affermare di essere Cittadini del Mondo.

Francesca Bucaletti
Volontaria in Servizio Civile in Camerun

martedì 24 ottobre 2017

Articolo di fine Servizio Civile - Valerio Catania


Sto scrivendo queste righe comodamente seduto nella mia casa di famiglia a Troina, appena di ritorno dal Cameroun. Con la comodità e il calore familiare spero sia più semplice raccogliere le impressioni di questi dieci mesi, per meglio scriverle e trasmetterle.
Ma tirare le somme di questo anno di servizio civile non è in ogni caso facile, perché i risultati di questa breve e profonda esperienza sono tanti, continuano a fiorire giorno dopo giorno, anche dopo il rientro; ne ho goduto a fondo e continuerò a goderne. Sarebbe bello scrivere tra qualche mese o anno, quando avrò capito meglio, quando ne avrò compreso i risultati positivi e negativi; ma come ho imparato, non sono bravo con le promesse.
Sono partito con mille idee e con tanta voglia di fare e di cambiare, come tutti insomma. Sento chiaro adesso il cambiamento in me stesso cosi profondo seppur dopo un trascurabile arco di tempo; purtroppo non ne percepisco ancora i particolari. 
Torno carico di esperienze e di emozioni e allo stesso tempo più semplice e leggero. Semplice come la gente che ho incontrato, come questo articolo, come le mie emozioni adesso, semplicemente felice per aver vissuto quasi un anno a Villaggio Fraternité, a Sangmélima. Semplicemente soddisfatto per aver collaborato all'interno di questo progetto sentendomi accettato e partecipe alla cooperazione internazionale. 
Torno consapevole della potenza di questo strumento quando affidato alle mani forti di una famiglia come Avaz, capace di creare Villaggio Fraternité, in cui si aiuta la cosa più preziosa, i Bambini, e in cui ci si sente tranquilli e accettati come a casa, a qualsiasi età, sia vivendoci per pochi mesi che lavorandoci per anni.
Villaggio è una scuola, e viene da domandarsi cosa ci sia di speciale in una scuola, soprattutto in contesti in cui di scuole se ne incontrano in ogni dove. È una scuola italiana perfettamente integrata e accettata nel contesto in cui si trova; per questo è un luogo speciale, una casa, non solo per me ma per tutti coloro che lo frequentano. È il luogo in cui con serenità ho affrontato le mie paure e debolezze, in cui sono cresciuto, è il luogo che ringrazio.
A pochi giorni dal rientro mi sento triste e sconvolto. Penso a Sangmélima, a Villaggio e a tutta la gente che ho incontrato in questo viaggio per sentirmi sollevato, mi sento felice quando percepisco che questi luoghi e queste persone esistono e continueranno ad esistere su questa terra.

Grazie, continuate ad esistere.


Valerio Catania
Volontario in Servizio Civile in Camerun