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giovedì 27 febbraio 2020

Scoiattoli alle noci


C’è un vecchio film in cui il tizio dice alla fanciulla:
“... è strano, lei non sembra essere inibita… allora perché ha pensato di essere fuori posto? Nessuno può dirle qual è il suo posto... dove è il mio posto? Dove è il posto degli altri? Glielo dico io dove è. Dove lei è felice, lì è il suo posto.”

Ecco, posso dire che nella seconda metà del servizio civile, poiché le circostanze hanno fatto sì che l’esperienza procedesse secondo una direzione diversa rispetto a quella con cui era iniziata, mi sono interrogata diverse volte; dapprima per capire quale fosse il “mio posto” a Villaggio Fraternité, in quella piccola città a sud del Camerun (Sangmelima) e poi in generale se quel “posto” potesse essere nel mondo della cooperazione, che tanto mi aveva affascinato.
Per la seconda questione ho pensato di procrastinare momentaneamente la risposta, mentre per la prima ho deciso che la scelta migliore sarebbe stata quella di cercare di adattarsi, di essere flessibile e di trovare una nuova collocazione in quel contesto; ho perciò cominciato a correre (metaforicamente e letteralmente) ovunque ci fosse necessità e a svolgere qualsivoglia compito mi venisse assegnato, cercando di farlo sempre al meglio. 
A Villaggio avrei potuto fare certamente molto di più, ma poiché ho imparato ad essere un po’ meno severa con me stessa, posso dire che va bene così; in generale ho cercato di “profiter”: ho viaggiato “in solitaria” e in gruppo (adottata da dolcissime civiliste di un’altra ONG) e questo mi ha consentito di trarre il meglio sia dalla condivisione con altre persone che dallo star soli; in quest’ultima occasione ho scoperto una nuova sensazione di libertà. Mi sono lasciata trasportare da ciò che la realtà mi proponeva e ad un certo punto ho cominciato ad agire con più leggerezza, io che viaggio da sempre con pesantissime zavorre... e mi sono resa conto di questo piccolo ma grande mutamento che il Camerun aveva prodotto. Questo Camerun amato/odiato in un’altalena emotiva durata un anno.

È finita e come nei film alla fine sullo schermo nero scorrono i titoli di coda e i ringraziamenti alle persone che vi hanno partecipato.
Villaggio: un luogo speciale, una scuola unica e una vera e propria casa per tante persone, adulti e bambini.
La mia famiglia AVAZ a Roma e a Sangmelima. Gli chefs, amici e fratelli prima ancora che guide: hanno ascoltato i miei pensieri confusi e tentato di dare delle risposte; mi hanno sostenuto e supportato in plurime circostanze, mi hanno stimolato e attraverso conversazioni maieutiche mi hanno permesso di tirar fuori pensieri e riflessioni impolverati che per mia natura fanno fatica ad emergere; le loro splendide compagne hanno capito i miei complessi e le mie insicurezze e hanno “lavorato” in silenzio per ridimensionarli.
I miei piccoli coinquilini con cui sono cresciuta anche io, due bimbetti speciali che con abbracci e riflessioni “adulte” mi hanno conquistata (nonostante pianti e sveglie all’alba) e commosso, bussando al mio cuore duro.
Gli amici, alcuni dei quali sono diventati persone di cui mi sono fidata, io, sfiduciata per natura. Mi hanno accolta, integrata, aiutata ed io ho tentato di fare lo stesso nel mio piccolo.
Le mie sorelle: una ex volontaria, un’esplosione di carica, un arcobaleno dopo le piogge torrenziali camerunesi, diventata la complice che mi ha traghettato davvero fino alla fine (accompagnandomi in aeroporto) e una suora speciale, la compagna di viaggio degli ultimi sei mesi dal sorriso aperto e dalle braccia accoglienti, sempre pronta a dispensare consigli e adorabili quotidiane prese in giro. 
Chi si è affacciato sul percorso un po’ per caso, chissà...
Chi ha contribuito a farmi apprezzare questa cultura diversa, a farmi capire che non bisogna arrendersi anche quando tutto suggerirebbe di spegnersi.
Chi rimarrà nonostante le distanze.
A tutti loro va un sincero grazie!

Infine a chi mi chiederà nei prossimi giorni perché non si resta semplicemente in Italia, perché si parte per terre lontane, credo citerò sempre lo stesso vecchio film in cui il solito tizio dice che c’è gente che va al parco a dare noci agli scoiattoli perché farlo le rende felici. Ma alla fine, scoprire che ti rende più felice dare scoiattoli alle noci, va bene lo stesso.

Alessandra


venerdì 3 maggio 2019

La scelta di Arianna

A giugno 2018 ho terminato l’ultimo anno di liceo classico e mi sono trovata davanti ad un grande bivio: scegliere una facoltà ad esclusione oppure cercare un’esperienza lavorativa che potesse aiutarmi a capire e scoprire qualcosa in più di me stessa fuori dalla mia “comfort zone”.
Ho deciso così, durante l’estate, di cercare un progetto di volontariato in campo educativo o ambientale ed ho iniziato a mandare svariate candidature per progetti di Servizio Volontario Europeo (in Europa).
Tra le varie ricerche ho incontrato anche la possibilità del Servizio Civile Nazionale all’estero e, oltre alle candidature in ambito europeo, ho fatto domanda per un progetto in Madagascar non essendo richiesta nessuna competenza specifica, a parte la lingua francese.
Mi sono presentata poche settimane dopo nella sede della ONG di riferimento e non avendo io alcuna aspettativa a riguardo, ho messo in chiaro che probabilmente non ero la figura adatta a coprire il ruolo ricercato. Si era così chiuso per me il capitolo del Servizio Civile senza alcun rimorso.

E quindi come sono arrivata a fare parte di un progetto di Servizio Civile in Cameroun?!
Effettivamente tre mesi dopo la mia candidatura al servizio civile nessun bando SVE mi aveva richiamata: avevo cominciato a fare qualche lavoretto saltuario, mi ero avvicinata ad alcuni progetti nel sociale con gruppi di giovani di Bologna e stavo pensando di intraprendere a settembre 2019 un percorso universitario, insomma mi ero ricreata un nuovo quotidiano, anche se non era andata via la speranza di partire per un’esperienza all’estero.
Ero quindi in attesa dell’arrivo di un'esperienza ma non sapevo bene come orientarmi per trovarla.

Durante un breve soggiorno fuori casa, in un momento inaspettato, mi è arrivata una chiamata da un numero sconosciuto con il prefisso di Roma. Ho deciso, come di norma faccio, di richiamare il numero e la voce che mi ha risposto era quella di Monica, la responsabile di Servizio Civile per AVAZ, una ONG romana a me ignota, che mi chiedeva se ero disposta a partire e lasciare la mia quotidianità, i miei punti di riferimento le mie certezze e incertezze da ventenne, per imbarcarmi in una nuova avventura in terra africana.
Sono rimasta un po’ scossa sul momento: non era assolutamente nei miei piani di andare a vivere per un lungo anno in un posto tanto lontano e quindi ho chiesto a Monica qualche giorno per pensare alla proposta.
Sono andata subito a vedere cosa fosse Villaggio Fraternité e ho trovato il video delle ex-civiliste sul loro servizio civile che mi ha trasmesso una energia talmente positiva da farmi salire un sorriso naturale, facendomi immedesimare in quel posto del mondo che fino a venti minuti prima non sapevo neanche dove si collocasse.

Ho preso la decisione da sola, senza né la pressione né il supporto dei miei affetti e tuttora penso che ciò sia stato decisivo per la mia partenza.
La sera stessa, pensando e ripensando alla proposta, mi è salito un nodo tra la pancia e la gola, non so se dovuto più alla paura o più all’adrenalina che si era messa a circolare nel mio corpo dal momento della telefonata.
Ancora incredula, nell’etichetta della Yogy-tisana mi è apparsa una saggia frase  “Let things come to you” e un altro brivido mi è salito sulla schiena procurandomi un secondo sorriso.
A quel punto non ho atteso troppo e d’impulso ho scritto a Monica che ci saremmo risentite il giorno dopo ringraziandola per essere apparsa sul mio cammino.

Penso che potrei descrivere tutti i pensieri che mi sono passati velocemente in mente quella sera, che soprattutto resteranno impressi nella mia memoria, perché son stati talmente forti da portarmi a fare questa scelta radicale.
Con tantissima paura ho deciso di prendere questo treno che mi è passato un po’ all’impazzata e un po’ imprevedibilmente, ma che credo mi farà capire, con esperienze positive e negative, molte cose.
I vent’anni sono una fase difficile della persona, ancora non si sa niente del mondo e della vita e si ha questa carica immensa di energia che è difficile canalizzare. Sono anni di semina quanto di scoperta, di sondaggio del terreno fertile e di quello arido, con la speranza che i pochi strumenti acquisiti possano essere quelli giusti per discernere cosa è bene e cosa lo è meno.
Un augurio voglio fare all’Arianna che ritornerà dal suo anno africano: "Sappi apprezzare sempre ciò che hai, in qualsiasi parte del mondo tu sia, perché vorrà dire che saprai amare te stessa e questo ti darà il giusto gusto per apprezzare la Tua libertà".

Arianna Pedone

martedì 9 aprile 2019

La vigilia della partenza di Icaro

Sono all'inizio di un percorso: sono al tempo stesso emozionato e incuriosito all'idea di andare in un continente dove non sono mai stato, di capire e conoscere le usanze, lo stile e il modo di vivere di un popolo che immagino abbastanza diverso da quello a cui sono abituato.
Mi presento: mi chiamo Icaro Becherelli e sono nato il 07/03/1990 in Brasile.
Io non ricordo molto della mia infanzia ma sono stato molto fortunato. La mia famiglia mi ha dato gli strumenti per scegliere e mi ha lasciato libero, sia che si trattasse di decidere che sport fare sia a quale religione appartenere. Nello stesso tempo, attraverso le esperienze che mi hanno fatto vivere, ho cominciato a capire quello che è giusto e quello che è sbagliato, valorizzando il mio punto di vista.
Indubbiamente, le scelte che una persona fa sono molto condizionate dal tipo di società in cui vive, da quello che la comunità offre e dall'ambiente che frequenta.
Il mio desiderio più grande è quello di contribuire ad una società che possa formare le nuove generazioni attraverso strumenti culturali, aiutandole ad avere un “pensiero libero”, libero di scegliere cosa vogliono davvero e di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Secondo me è questo uno dei modi per far crescere le nuove generazioni con la consapevolezza di poter avere un futuro migliore.
Penso che l’Africa sia uno dei continenti più belli al mondo, anche se molti paesi hanno approfittato delle sue ricchezze attraverso le colonie e deportando in massa milioni di giovani rendendoli schiavi, impedendo uno sviluppo naturale di tutto il continente.
Da parte mia penso che svolgere attività di supporto, ai bambini, in un paese che ha sofferto così tanto possa essere una buona cosa e io la farò non solo applicando le competenze che ho maturato in oltre dieci anni in villaggi turistici in tutta Italia ma prevalentemente con il cuore.
Voglio essere sincero: io non sono un persona utopista che crede nella “pace del mondo” ma penso che se tutti noi dedicassimo una piccola parte del proprio tempo ad aiutare chi ha più bisogno vivremmo tutti meglio.
Non sottovaluto comunque le difficoltà che potrebbero nascere in questa mia esperienza: i primi tempi non sarà cosi facile integrami con il nuovo ambiente (non conosco la lingua, non ho mai vissuto in un clima tropicale e, non ultimo, il medico che mi ha fatto i vaccini mi ha presentato una situazione sanitaria difficile per un europeo). Inoltre, dovrò imparare a relazionarmi con un popolo con differenti tradizioni e usanze.
Quello con cui parto è tanto entusiasmo e la voglia di trasmettere la mia gioia di vivere e, perché no, la mia spensieratezza.
Non vedo l'ora di iniziare questa avventura: come dice una delle mie citazioni preferite “un lungo cammino, inizia sempre con un piccolo passo”.
Icaro Becherelli

martedì 2 aprile 2019

Alessandra racconta perché ha scelto di fare il Servizio Civile

Da anni pensavo alla possibilità di fare Servizio Civile all’estero, in particolare in Africa, e da altrettanti anni cercavo di mettere a tacere questa voce, dando spazio all’altra voce, quella più razionale che invece mi esortava a proseguire su sentieri battuti.
Malgrado non fosse la mia ambizione primaria, per diverse ragioni avevo deciso che l’ambito della ricerca (più consueto per una biologa), dovesse essere la strada più "giusta” rispetto a quella della cooperazione internazionale, che al contrario mi affascinava molto (e che un’esperienza come il servizio civile mi avrebbe consentito di conoscere da vicino, almeno per un anno). Avevo inoltre deciso di relegare ad un piccolo spazio della mia vita (il tempo libero per intenderci), l’attività del volontariato e più in generale lo spendersi per una giusta causa che invece mi aveva regalato tanti sorrisi.

Questa continua dicotomia interiore mi ha corroso per anni (e non poco), ma col senno di poi credo sia stata imprescindibile e in qualche modo propedeutica. Ho ripensato ai  momenti di felicità, a ciò che mi aveva fatto pulsare cuore, cervello e pancia, “sbrilluccicare” gli occhi e alle situazioni in cui le cose intorno a me si erano fermate per un attimo e aveva cominciato a risuonare nella mia testa quella canzone…
“Home - is where I want to be
But I guess I'm already there
[… ] Guess that this must be the place”
..tutti quei momenti erano legati all’attività di volontario (in Italia o all’estero) e quindi alla causa per cui stavo impiegando il mio tempo e le mie risorse e a ciò che era indissolubilmente legato a me. È allora che mi son detta che, dopo aver consultato un bravo psichiatra per via di quella canzoncina nella mia testa (scherzo!), avrei dovuto darmi l’opportunità di ripescare queste sensazioni e tutto ciò che aveva attivato il mio sistema emozionale e cognitivo e che semplicemente mi aveva fatto sentire viva.

Dopo una attenta ricerca per la scelta del progetto per cui fare domanda, ho ristretto il campo ad un paio di ONG ed infine sono approdata ad AVAZ a cui ho consegnato la domanda di servizio civile personalmente. Ho conosciuto parte dei responsabili, mi sono lasciata contagiare dalla loro genuinità ed affascinare dalla dimensione seria e familiare di una ONG attiva con grande impegno da circa 30 anni...  e non ho potuto fare a meno di (ri)pensare “this must be the place”.

Si sono poi succeduti: il colloquio (che google maps mi avrebbe fatto svolgere nella bottega solidale di AVAZ), la graduatoria (evvaiiii, sono dentro!) e il corso di formazione pre-partenza nel polo di Catania. Quest’ultimo ha rappresentato l’occasione di conoscere ragazze e ragazzi con tante storie e tanto coraggio, di incontrare casualmente (o causalmente) “affinità elettive” e di conoscere formatori (ma prima di tutto anime belle) dotati di grinta e competenze. Tutto questo mi ha trasmesso molta carica e mi ha permesso di riascoltare la stessa canzoncina nella mia testa... e soprattutto mi ha fatto pensare a quanto sia giusta quella frase che dice “la caverna in cui temi di entrare contiene il tesoro che cerchi”, al pericolo nel rimanere fermi, al coraggio delle scelte, alla forza dell’azione.

E... se il tempo non portasse via con sé anche elasticità e turgore della pelle, credo proprio che mi tatuerei sulla schiena e a caratteri cubitali qualche frase:
“Scegli il coraggio oltre il comfort.
Scegli cuori aperti invece di armature.
E scegli la grande avventura di essere coraggioso e impaurito. Allo stesso tempo” (Brené Brown).

Alessandra Adduci

martedì 27 novembre 2018

La missione

Se pensate di partire ed essere dei turisti che si mettono ad esplorare il paese o dei volontari che devono fare solo per dare agli altri, vi state sbagliando alla grande!
Se pensate di partire per andare a salvare il mondo perché state andando in Africa tra i poveri o perché potete aiutare quelli meno fortunati di voi, anche qui non fate che sbagliarvi.
Se soprattutto pensate di partire pieni di aspettative o con la certezza di trovare risposte alle tante domande che vi ponete o ancora volete andare a realizzare i vostri sogni, siete sempre nella direzione sbagliata.
Il servizio civile è semplicemente l’occasione di vivere dodici mesi di vita in una realtà totalmente diversa, ma sono dodici mesi della TUA vita che fanno la differenza se vissuti a cuore aperto.
Sono partita ed arrivata in terra africana con l'entusiasmo di 'voler fare missione'. Giorno dopo giorno sono poi però iniziate le difficoltà. Subito ho abbandonato l'idea di 'voler fare missione' iniziando a vivere semplicemente come facevo in Italia. Negli ostacoli e nei pianti, nelle sorprese e nell'Amore ho poi capito che non dovevo solo concentrarmi sul 'voler fare' ma piuttosto fare quello che sentivo e lasciare che la missione mi plasmasse.

Passo dopo passo, anche se lentamente, ho iniziato a scoprire e conoscere, incontrare gli altri e rincontrare me stessa. Passo dopo passo ho sentito come il Signore mi sia sempre stato accanto e come ogni giorno mi dia le forze per vivere al meglio questa avventura che è la vita.
Ho capito che il mio 'voler fare missione' non era altro che puro egoismo per ricevere in cambio riconoscenza; ma il Signore vede ciò che facciamo senza che qualcuno debba mostrarci ogni volta gratitudine. Ho capito che il mio 'voler fare missione' non era altro che l'entusiasmo del partire e andare verso l'Altro, senza offrire all'Altro, davanti a me e diverso da me, l'opportunità di venirmi incontro. Ho capito che il mio 'voler fare missione' era vero e sentito, ma anche un po' sporco perché pieno di 'voglio'.
Ed è stato negli abbracci profondi con le persone, nei sorrisi grandi e negli occhi vivi e illuminati dei bambini, nelle mani che non ti lasciano, nei piedi che camminano al tuo fianco, che ho trovato il vero ossigeno del cuore della foresta equatoriale.
Un’aria diversa che ti fa battere il cuore quando vedi gli occhi di un bambino felici di tornare a scuola per rivederti e correrti incontro scendendo dallo scuola-bus e abbracciarti, per ricominciare assieme il Centro d’Accoglienza e poter giocare e ridere con Tata Ilaria.
Ti fa battere il cuore quando, nonostante la difficoltà di due metodi educativi e due modi di pensare differenti, riesci a trovare un punto d’incontro con gli educatori di Villaggio Fraternité e assieme a dar vita a qualcosa di nuovo e specifico per undici bambini di uno o due anni.
Un’aria diversa che ti fa battere il cuore quando i pianti dei piccoli della pre-maternelle si trasformano in sorrisi e gioia di voler stringerti la mano per camminare al tuo fianco; quando cantano contenti le canzoncine per andare in classe, quando si buttano tra le tue braccia urlando “NTOOO” (che nella lingua locale, il Bulu, significa “abbraccio”) o ancora quando imparano a dire “presente”, a chiedere “per favore” e dire “grazie”. 
Ancora, quando vedi qualcuno star molto male e con una semplice visita a casa e stringendole la mano riesci a donarle un sorriso e la forza per riprendersi.
Ti fa battere il cuore quando i bambini del Centro d’Accoglienza ti chiedono se il laboratorio di scrittura creativa ricomincia anche quest’anno e se arriverà presto il libro che hanno creato.
Un’aria diversa quando sperimenti sulla tua pelle la grandezza della Fede che va al di là delle diversità religiose e apre le braccia a tutti indistintamente, che fa incontrare cristianesimo e islam in un unico grande amore, testimoniando come questo sia unico immenso dono di Dio, superando ogni pregiudizio. 
E allora, non c'è gioia più grande, non c'è sorriso più vero, non c'è amore più reale di quello di aver capito che non bisogna voler 'fare missione' perché la missione si fa da sé, perché la missione si vive, perché è la missione che fa la persona.
Ilaria Tinelli

lunedì 26 novembre 2018

La scelta

Un anno fa ho deciso di rivoluzionare la mia vita e di mettere tutto in gioco, la mia stabilità lavorativa e sentimentale, per partire, per vivere questa esperienza di Servizio Civile. Ora, un anno dopo, mi trovo davanti a un foglio bianco per fare il bilancio di questa mia scelta. Non penso di riuscire a raccontare a parole o scrivendo tutto quello che questo anno mi ha dato, penso che sia un tipo di esperienza che vada vissuta per essere davvero capita.
Sono a casa da una settimana, forse ancora troppo poco per riuscire a capire davvero quanto questo anno in Cameroun, a Sangmelima, mi abbia profondamente cambiata. È ancora tutto così fresco e così vicino.

Mi sembra ancora di sentire le voci dei bambini che arrivano a scuola e mi svegliano al mattino o il rumore delle tazze, mentre la mia compagna di avventura Francesca ci prepara la colazione.
E invece no, è davvero tutto finito. Il mio nuovo mondo, che mi ero creata lontano da casa, non c’è più e ancora una volta bisogna ricominciare nel grigio di Milano, con i colori e il calore della terra africana che ho tanto amato, ormai solo nei miei ricordi.
Quello che ad oggi posso affermare con certezza è che rifarei ancora mille volte la scelta di partire. In questo anno mi sono riscoperta, ho imparato a lavorare con i bambini e ad amarli.
Sono proprio loro che, con la loro ingenuità e il loro affetto, non mi hanno fatto mancare i legami che avevo a casa.
Ho conosciuto una nuova cultura e questo arricchisce sempre. Non è stato facile relazionarsi, ma anche questo mi ha fatto crescere, capire come relazionarmi con le persone e a che livello concedere la mia fiducia. 

Ho imparato ad apprezzare i ritmi di vita africani e ad adattarmi alla loro tranquillità e leggerezza con cui prendere la vita. “Villaggio Fraternité” è stata la mia casa in questo anno e una parte di me e del mio cuore credo resterà lì.
Voglio approfittare di questo articolo e ringraziare tutti: lo staff locale, i bambini, i miei Chefs e le mie compagne di avventura perché senza di loro non sarebbe stato lo stesso.
Si parte con tante aspettative, con la voglia di lasciare il segno e, almeno nel mio caso, si torna con molta umiltà.
Non so se ho lasciato qualcosa e se i miei bimbi si ricorderanno di me crescendo, quello che però posso dire è che questa esperienza a me ha lasciato tanto.
Ora è tempo di ricominciare, ma voglio partire proprio da qui, provare a restare nel mondo della cooperazione internazionale e continuare a crescere con nuovi progetti.

Jessica Valerani

mercoledì 21 novembre 2018

Il tempo

L’ultima volta che ho preso carta e penna per raccontare questa esperienza era maggio, a metà servizio. Mi sembra ieri eppure sono già passati sei mesi. Ho riflettuto su questa cosa e mi sono chiesta: “Perché da Dicembre a Maggio il tempo è passato così lento e negli ultimi sei mesi invece è come se il tempo non ci fosse stato?". 
Mi sono svegliata una mattina e ho realizzato che dopo una settimana sarei rientrata in Italia.

Il tempo è un concetto tanto astratto quanto indispensabile per l’uomo.
In tutto il mondo una giornata è fatta di ventiquattro ore, un’ora di sessanta minuti e un minuto di sessanta secondi; eppure nella quotidianità di ognuno di noi è così relativo!
Ci sono giornate che ti sembrano non finire mai e altre che passano senza che nemmeno te ne accorgi. Se questo è quello che succede nel nostro piccolo, la stessa relatività la possiamo trovare nel confronto di culture diverse.

In base all’esperienza di Servizio Civile che ho svolto quest’anno a Sangmélima, nel Sud del Camerun, posso azzardarmi a dire “Paese che vai, tempo che trovi”.
In Italia, forse in Europa, il tempo esiste indipendentemente dall’uomo e le attività dell’uomo sono scandite dal tempo. L’uomo dipende dallo scorrere del tempo: c’è un orario per svegliarsi, uno per mangiare, uno per dormire; appuntamenti fissati con il dentista, la parrucchiera, il commercialista. L’orologio è sul nostro polso e siamo ossessionati da quelle lancette che avanzano e ci ricordano che a quell’ora succederà quella certa cosa.

A Sangmélima non è così, a Sangmélima è il tempo a essere dipendente dall’uomo; è l’uomo che con le sue attività controlla e dirige il tempo. Il tempo si modella in base a ciò che l’uomo fa.


Ed ecco quindi che tu italiana, oltretutto proveniente da Milano dove le persone non solo sono dipendenti dal tempo ma lo rincorrono, ti trovi spaesata.
Sei al mercato e ti fermi a parlare un po’ con la signora che ti vende la verdura e lei al tuo arrivederci risponde “Aprés” (a dopo) e nella tua testa inizi a pensare “A dopo quando? Forse le ho detto qualche cosa di sbagliato in francese. Ma poi, dove ci dovremmo vedere dopo? A che ora? Non ho il suo numero di telefono per metterci d’accordo” e alla fine capisci che è solo un modo di dire “Ci rivediamo”, ma non è necessario stabilire il dove e il quando.
Vai al ristorante e ordini da mangiare. Dopo mezz’ora chiedi “Ma tra quanto tempo sarà pronto?” e la risposta è “È già pronto”. Il mangiare arriva poi dopo un’altra mezz’ora.
Hai un appuntamento con un amico alle tre e sono le tre e mezza, lo chiami per chiedergli dove si trova e lui ti risponde “Sono già là”, ti giri a cercarlo e non c’è. Arriva dopo un’oretta: stava riposando, era stanco. Sali sull’autobus e chiedi a che ora partirà. “Quando l’autobus sarà pieno”, è la risposta.

All’inizio tutto questo è snervante, ti arrabbi e loro nemmeno capiscono perché. È normale che il cibo arriverà quando sarà pronto, è normale che se sei stanco prima di uscire riposi un po’ ed è normale che l’autobus parta quando è pieno. E allora impari, non programmi niente nemmeno tu, non solo non ti arrabbi più per i ritardi ma senza accorgertene inizi ad arrivare anche tu in ritardo agli appuntamenti. Senza rendertene conto lasci scorrere il tempo proprio come fanno loro.

Grazie a questo il Camerun mi ha fatto vivere un sentimento di libertà, di tranquillità.
Noi occidentali vantiamo tanto le nostre libertà e nessuno mette in dubbio gli sviluppi che siamo riusciti a raggiungere in quanto a diritti dell’essere umano, emancipazione, libertà religiose ecc..
Ma la libertà di vivere tranquilli? La rincorsa al tempo ci impedisce di entrare in contatto con noi stessi, con i nostri limiti e i nostri desideri. Siamo ossessionati da una vita fatta di obiettivi da raggiungere e il presente ci sfugge dalle mani. E così ci ritroviamo tutti in analisi, stressati, sfiancati da una vita che non ci appartiene.


Tante cose mi hanno insegnato l’Africa, il Camerun, Sangmélima, ma l’unico insegnamento che non vorrei mai dimenticare è proprio questo: l’unico obiettivo della nostra vita deve essere la felicità e l’unico modo per trovarla è quello di non farci travolgere da aspettative e vivere sereni, senza essere condizionati dallo scorrere del tempo.
Anna Franzoni

martedì 31 luglio 2018

A Villaggio Fraternité si coltiva-di Ilaria Tinelli


A Villaggio Fraternité si coltiva: Coltiviamo i diritti dei bambini!
Coltiviamo i loro diritti offrendogli l’opportunità di poter frequentare la scuola e crescere, di far maturare i frutti di una buona formazione proveniente dalla preparazione che i nostri insegnanti e nostri educatori quotidianamente gli trasmettono.
Coltiviamo i loro diritti perché ogni bambino del Centro d’Accoglienza viene sostenuto in quanto persona umana, garantendo le spese mediche e quelle scolastiche, il supporto pomeridiano nello svolgimento dei compiti e un pasto quotidiano. Ci prendiamo cura degli “ultimi”, di quei bambini che si trovano a vivere in famiglie con difficoltà economiche, che sono orfani e che hanno degli handicap.

A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo i legami interpersonali!
Coltiviamo i legami di amicizia che, piano piano, iniziano a germogliare e a portare colore laddove la terra, nonostante sia nel cuore della foresta equatoriale, non è sempre fertile. Quelli con i bambini, con i colleghi, con il popolo camerunese per riuscire, nutriti dallo stesso “fertilizzante d’amore”, a sbocciare vicini per colorare questa terra e renderla più vivace perché, solo uniti, possiamo far diventare incantevole il mondo in cui viviamo.
A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo frutti ed ortaggi!
Coltiviamo papaye e guaiave, ananas e platani, avocado e manghi per portare un po’ di dolcezza nella vita di chi, quotidianamente, mette piede a Villaggio, ma anche in quella di chi, al mercato, decide di comprare i nostri prodotti.
Coltiviamo i folong che, da piccoli semi che erano, abbiamo visto crescere giorno dopo giorno annaffiandoli, piante di cui ci siamo prese cura lavorando la terra, potandoli, nutrendoli ancora e cogliendoli per poi cucinarli e servirli nei piatti dei nostri bambini.


A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo la nostra crescita personale!
Coltiviamo la nostra crescita mettendoci in gioco anche quando le nostre proposte vengono rifiutate, continuando la partita senza scoraggiarci dal goal subito e giocando in attacco.
Coltiviamo la nostra crescita personale perché ci confrontiamo con i nostri difetti, cercando di migliorarli e, perché no, con i nostri pregi, valorizzandoli.
Coltiviamo la nostra crescita personale quando, dall’amore donato ai nostri bambini durante l’anno scolastico, ne riceviamo in cambio uno più grande, venendo così rivestiti da una grande gioia, frutto della relazione di affetto creatasi.
A Villaggio Fraternité si coltiva: coltiviamo la bellezza di vivere!
Coltiviamo e apprezziamo giorno dopo giorno, tramonto dopo tramonto, abbraccio dopo abbraccio, il fascino della vita, quel respiro puro, quella boccata d’ossigeno che tanto desideravo trovare all’inizio del mio anno di Servizio Civile.
Coltiviamo la bellezza della vita con ogni sua sfumatura, negativa o positiva che sia, in ogni sorpresa che ci offre e che mai ci saremmo aspettati perché è soltanto quando ci sentiamo pieni dell’amore vero che la vita ci sorride ogni giorno.



Ilaria Tinelli

martedì 12 giugno 2018

Il racconto dei primi sei mesi da civilista di Jessica-di Jessica Valerani



Il famigerato giro di boa è arrivato, eccomi nel mio rientro di metà servizio. Sembra ieri, il 6 dicembre 2017, quando sono arrivata a Sangmelima piena di dubbi e di incertezze ma pronta a vivere quest'esperienza che desideravo da tempo.  Avevo deciso di non crearmi grandi aspettative e questo è stato un bene, l'Africa, anzi il Camerun (visto che è in questo Paese che sto vivendo la mia esperienza) si è rivelata una terra ricca di sorprese e contraddizioni.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita io la "diversa". La prima parola che si impara in Bulu, la lingua della regione del Sud, é mitangan, bianco appunto. Te lo senti dire per strada mentre cammini, al mercato mentre fai la spesa e ricevi proposte di matrimonio da uomini follemente innamorati di te o forse solo del tuo colore. Uno stigma, retaggio probabilmente del colonialismo, che personalmente mi ha fatto inizialmente diffidare dei locali, per chiudermi dove invece mi sono sentita subito a casa: a Villaggio Fraternité.

Sono alla prima vera esperienza di lavoro con i bambini eppure è proprio con loro che fin da subito sono riuscita a sentirmi me stessa, libera di potermi esprimere. Cosa che invece non è successa con gli adulti e la comunità locale, ma in questi mesi ho capito che bisogna darsi tempo quando ci si vuole inserire in una realtà culturalmente molto diversa dalla propria. Entrare in punta di piedi, iniziare a conoscere prima le cose e le persone vicine a te, ascoltare i consigli dei colleghi con cui lavori e condividi gran parte della tua giornata. E poi piano piano, senza darsi fretta, iniziare a mettere la testa fuori dal proprio guscio accettando, ad esempio, l'invito di Angeline, la cuoca di Villaggio, a fare una visita al suo campo in brousse ovvero nel cuore della foresta equatoriale, e ritrovarmi a piantare bâton de manioc per darle una mano nel mio piccolo. 



Per quanto mi riguarda sento di essere cresciuta molto, di essermi messa in gioco entrando in classi da 40 bambini per cercare di fare lezione, ma poi ammettendo i miei limiti chiedendo alle maestre tata Carole e tata Edith di restare al mio fianco per aiutarmi a gestire tutti quei piccoli mostriciattoli. 
Ho imparato a non avere paura di girare da sola per strada, a sorridere e salutare nella lingua locale.
Ho iniziato ad interessarmi seriamente al mondo della cooperazione, apprezzando il grande lavoro e la passione che sta dietro a questo progetto di sviluppo operativo da ormai 10 anni.
E infine ho confermato la mia certezza che mettersi in gioco, partire, conoscere nuove culture e diversi modi di vivere è qualcosa che ti dà davvero tanto. 

È difficile mettere nero su bianco e far capire a chi non vive questa esperienza quanto ogni difficoltà da affrontare, ogni abbraccio, ogni sorriso siano qualcosa di amplificato qua, che resterà per sempre nella mia mente.

Sono appena rientrata dopo due settimane passate in Italia e le sensazioni che avevo avuto la prima volta sono cambiate (caldo e umidità a parte che non mancano mai insieme alle moustiques) ora qui mi sento a casa. 
Ora spero di vivere al meglio i 6 mesi che restano e cercare di lasciare nel mio piccolo qualcosa a tutti i nostri bimbi che non vedo l'ora di riabbracciare!

di Jessica Valerani

giovedì 24 maggio 2018

Francesca racconta i suoi primi sei mesi a Villaggio Fraternité-di Francesca Bucaletti

È metà maggio, e tra qualche settimana scadrà il mio visto di sei mesi per vivere in Cameroun. Questo vuol dire che sono già a metà della mia esperienza di servizio civile. Ricordo perfettamente la spaesatezza e la confusione con cui osservavo la silhouette della foresta equatoriale fuori dal finestrino durante il tragitto Yaoundé -Sangmelima il giorno del mio arrivo. Quella è stata una delle prime occasioni in cui mi sono detta “Fra, sei in Africa”. 
Arrivata a Villaggio Fraternité, di sera, le cicale mi hanno fatta sentire un po’ come a casa mia d’estate. Un’altra cosa che Villaggio ha in comune con casa mia in Toscana è il fatto di trovarsi a qualche chilometro dal centro città. Siamo immersi nel verde e lontani dal brusio della ville. 
Nonostante le somiglianze con il mio paesino natale, ce ne ho messo di tempo per adattarmi! 

I primi due mesi mi sentivo un po’ persa, sia nei confronti del mio ruolo nel progetto, sia nella quotidianità. Ma non ho mai pensato di aver fatto la scelta sbagliata e di voler tornare indietro. Infatti col tempo e la voglia di fare ho trovato la mia dimensione e adesso mi sento a mio agio con il contesto e con me stessa. 
Per questo devo ringraziare i sorrisi dei bambini, i consigli dei miei “Chefs” Flavio Valerio e Michele e le parole di conforto scambiate con le mie colleghe civiliste, ormai “mes sœurs”.

In questi mesi ho imparato molte cose ma quella più importante è a mettermi in discussione, e sono tante le volte in cui mi sono trovata a farlo. 

In primis ho imparato a mettere in discussione le aspettative. Si parte dall’Italia un po’ tutti con l’idea di aiutare il prossimo e che quindi si ricoprirà un ruolo indispensabile, e invece ti rendi conto che non è proprio così.. Villaggio Fraternité è un progetto già ben avviato, che gode di un’ottima reputazione a Sangmélima e resta solo da perfezionarlo. 
Se all’inizio questa cosa mi frustrava, adesso ho capito che è bene rendersi utili ma mai indispensabili, e che le persone apprezzano quello che fai, anche se è un piccolo gesto, se lo fai con il cuore. 

Inoltre ho imparato a mettere in discussione le mie certezze. Sorrido quando penso che, fino a prima della mia partenza, chiedevo se ci fosse possibilità di tornare qualche mese prima per cominciare di fretta e furia la magistrale - perché non si può “perdere”un altro anno. Adesso se mi offrissero di rimanere qualche mese in più accetterei senza pensarci due volte!

Ho imparato che cos’è un progetto di sviluppo ed ho toccato concretamente l’impegno e la fatica che stanno alla base di tutto ciò. Professionalmente mi sono messa in gioco in mansioni che non avrei mai pensato di svolgere, prima di scegliere di fare in servizio civile. Le lezioni di inglese con i bambini si sono rivelate una ricchezza soprattutto per me; ho scoperto l’importanza di lavorare sull’aspetto comunicativo di un progetto; ho provato la gioia nel vedere spuntare da sotto il suolo le prime fogline dei semi che avevo piantato, e l’orgoglio nel vederle crescere! 

Ho imparato a sentirmi la diversa, la mtangan, la blanche, la wat e a fare i conti con i pregiudizi e le immagini che questi appellativi creano nell’immaginario degli Africani. 

Ma soprattutto ho imparato tanto, moltissimo su di me e su una parte del mio carattere che era ancora totalmente inesplorata. Perché il Servizio Civile è molto più di un anno di volontariato all’estero; in quell’anno vivi, e impari a vivere veramente. 


Non mi resta che dire che aspetto con ansia di vedere cosa mi riserveranno i prossimi sei mesi.

di Francesca Bucaletti 

mercoledì 13 dicembre 2017

Perché hai scelto il Servizio Civile? La testimonianza di Francesca

Due anni fa non avrei mai immaginato di scrivere un articolo per spiegare il motivo che mi ha spinto a scegliere di fare un anno di Servizio Civile all’estero, in Africa.
Eppure, negli ultimi mesi, è stato un interrogativo che mi è stato posto numerose volte. Prima da parenti e amici, con un tono di interdizione e curiosità, ma anche da colleghi civilisti che come me stanno per partire. Anch’io per prima me lo sono domandata e me lo domando spesso.
Ogni volta mi do una risposta diversa. Non perché io non sia sicura della mia scelta, bensì perché le motivazioni sono molteplici e oltretutto sono mutate con il tempo.

Se all’inizio la spinta principale è nata dalla voglia e dal bisogno di mettermi in gioco in un’esperienza totalmente nuova, adesso ho capito che ciò che mi smuove è molto più profondo e che mi sto imbarcando in un’avventura che potrebbe cambiarmi la vita. Anzi, che sicuramente, comunque vada, mi cambierà la vita.  
Sono certa che sarà un anno ricco di emozioni forti e spero che mi aiuti a crescere e a capire se il mondo della cooperazione internazionale è quello giusto per il mio futuro.


Soprattutto ho scelto il Servizio Civile non per me, ma per gli altri.
Perché credo nei valori di Pace, Solidarietà e Libertà. Sono fiera di far parte di questo gruppo di giovani civilisti che, come me, si sono fatti ambasciatori di questi principi, senza paura di affermare di essere Cittadini del Mondo.

Francesca Bucaletti
Volontaria in Servizio Civile in Camerun

mercoledì 23 novembre 2016

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? Valerio: "Per avere l'opportunità di rivoluzionarmi"

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? 

Rivoluzionare e rivoluzionarsi

Sarò sincero con voi, dopo la laurea la mia vita stava prendendo una direzione un po' troppo lineare (eh sì, la vita da ingegnere è abbastanza dura J).
Ho quindi deciso di fermarmi e riflettere… La necessità di una rivoluzione personale ha preso il sopravvento. Sfogliando tra le varie opportunità utili a questo scopo e riservate ai giovani come me (ancora per poco, s’intende XD) mi sono subito concentrato sul servizio civile all’estero. Leggendo i bandi ho individuato quelli che potevano meglio adattarsi alle mie passioni e alla  mia formazione. Ed ecco una miriade di opportunità in cui mettersi in gioco sia professionalmente che umanamente.
Ed ecco anche la possibilità per rivoluzionarsi, per spostare per un po' il centro della propria attenzione da sè stessi verso gli altri e per mettersi veramente in gioco.

Ho scelto l’Africa. Gli aspetti legati al mondo dell’acqua, dell’agricoltura e dell’ambiente hanno letteralmente conquistato la mia attenzione; senza riflessione alcuna, ho quindi compilato e spedito la domanda.

Non restava quindi che aspettare...

AVAZ ha scelto me e sono pronto.
O meglio: siamo pronti, saremo in quattro a partire per Sangmelima: Flavio, Silvia, Erika ed Io.
O meglio ancora, saremo in tantissimi: decine di ragazzi che come me hanno scelto il servizio civile all’estero per lasciare un pezzetto di se stessi in giro per il mondo per ritornare a casa un po’ più ricchi.

Forza Ragazzi!


Valerio Catania 

giovedì 22 settembre 2016

Elena e i bambini di Villaggio Fraternité

Elena Maglio - Volontaria in Servizio Civile in Camerun. 
Il racconto a conclusione della sua esperienza di un anno, in cui ha dato il suo prezioso contributo per le attività a Villaggio Fraternité


Il giorno 27 alle ore 20.00 dello scorso settembre sono atterrata nell'aeroporto di Yaoundé, caotica capitale del Cameroun, e dopo tre ore di tragitto in macchina, costeggiando la foresta tropicale, sono giunta finalmente a Villaggio Fraternité, situato tra la cittadina di Sangmélima e i villaggi limitrofi.
Col buio della notte, dunque, non avevo avuto modo di osservare Villaggio Fraternité, pur conoscendolo dettagliatamente in foto, attendevo con ansia l’ indomani mattina.
I bimbi della scuola materna avevano l’abitudine a inizio anno di fare “la ronde” davanti casa degli espatriati, quella che quest’anno è stata casa mia, in attesa che il nuovo stadio della scuola fosse pronto per accogliere i loro canti mattutini. Insomma questa è la prima immagine di Villaggio Fraternité che ho impressa nella memoria: 112 piccoli, teneri bimbi ancora insonnoliti, con la loro simpatica tenuta scolastica rosso acceso, che intonano canti e danzano in cerchio nel prato sotto l’albero di prune. Dopo quell’immagine tutte le mie ansie erano scomparse ed ogni giorno grazie a quei sorrisi è stato solo un riconfermarsi della mia scelta.  Questo fu l’inizio del mio primo giorno a Villaggio Fraternité che proseguì con altri sorrisi da parte dei miei nuovi colleghi ed abbracci affettuosissimi di questi teneri bimbi.
Il mio ultimo giorno coinciderà con l’inizio del nuovo anno scolastico, avrò così modo di rivedere e salutare i miei piccoli amici dopo il loro congedo estivo e di iniziare la giornata danzando in cerchio con loro ancora un’ultima volta!
Ognuno di questi bambini e le loro storie 
mi accompagneranno
per sempre.
Tirare le somme di un intero anno è difficile ma dentro di me ho la certezza di aver dato il mio contributo e, viceversa, di aver imparato tanto e di essere stata arricchita dai miei piccoli amici e da tutti gli abitanti di questa cittadina che mi hanno accolto col sorriso.
A chi me lo chiederà dirò di aver imparato da loro a dare tempo al tempo e ad abbandonare schemi e tabelle di marcia dai ritmi troppo veloci; a godere dell’imprevisto, approfittando ad esempio della macchina in panne  per guardare il tramonto con lo sfondo mozzafiato regalato dalla foresta tropicale; a scacciare la negatività e a essere sempre positivi perché “ça va aller”: tutto andrà bene; ad accettare la vita col sorriso anche quando le cose non vanno proprio come noi vorremmo o quando si è malati; a non dare mai niente per scontato e a non sottovalutare nessuno, perché si può imparare da chiunque, persino da piccoli bimbi alti meno di un metro!

Elena

martedì 28 giugno 2016

L'esperienza di Martina (Volontaria in Servizio Civile)

LA SCELTA

Mi chiamo Martina e sono un’indecisa. Lo sono sempre stata. Mettimi davanti a due opzioni di qualsiasi cosa, dai gusti del gelato alla strada da prendere, ed in quel bivio ci pianto una tenda, ci fondo una civiltà piuttosto che scegliere. Ed ecco perché crescere è così interessante. Prima non sapevo questo di me stessa, e crescendo ho realizzato che sì, effettivamente la paralisi davanti alle scelte della vita era una costante per me e solo dopo ho cominciato a capire che difetto fosse e quanto mi rallentasse; più tardi ancora, sono iniziati dei timidi tentativi di invertire questa tendenza. Ed ecco che finalmente arriva il momento della scelta del servizio civile ed è lì che finalmente ho visto le mie decisioni cominciare a prendere forma, la sicurezza crescere in me e la mia strada realizzarsi davanti ai miei piedi. E senza esitare mi ci sono incamminata.

Il titolo “la scelta” potrebbe forse sembrare un po' fuorviate riferito alla mia decisione di partire per il Servizio Civile e, nello specifico, quello estero in Camerun per giunta, visto che l’opportunità mi ha sempre bussato alla porta, totalmente inattesa, sempre sotto forma di persone appassionate di Africa e desiderose di condividere la loro passione. Inizialmente mi era stato proposto, quasi per scommessa, di fare domanda, proprio il giorno della chiusura del bando, per un altro progetto, un altro paese, un'altra ONG. Ringrazio chi ha saputo, in quel momento, che quella era la proposta per me, senza di loro non mi troverei qui a scrivere questo racconto, con in sottofondo un incredibile vociare di bimbi impegnati in un’intensa sfida a pallone. Non so dove mi troverei ma non ha davvero più importanza. Alla fine non sono stata selezionata per partire per quel progetto in quel paese e, nonostante la delusione, in quel momento mi sono detta che evidentemente non era proprio per me, non l’avevo mai veramente considerato prima di allora e non era di certo una scelta da fare alla leggera. E sono passati un paio di mesi nei quali mi sono completamente dimenticata di aver fatto domanda per il Servizio Civile, concentrata su altre attività. Non pensavo mi avrebbe bussato ancora alla porta. Questa volta era Avaz a bussare alla mia porta, ONG di Roma a me completamente sconosciuta, impegnata in un progetto di educazione e sostegno a distanza in Camerun. Questo è tutto quello che ho scoperto in quella telefonata.


Per ogni civilista il momento della scelta è stato certamente diverso, alcuni prendono il loro tempo, con le necessarie informazioni alla mano, valutano pro e contro, si confrontano con i loro cari. Il momento della mia scelta è stato un po' meno convenzionale e, dato che ho già confessato di essere un’indecisa, ci sono particolarmente affezionata. La scorsa estate, verso la fine del campeggio scout dove facevo servizio come responsabile, mi è arrivata la chiamata di Barbara, collaboratrice di Avaz a Roma. Chiacchieriamo qualche minuto e mi comunica che ero stata ripescata da Avaz per i Caschi Bianchi; mi fa la proposta di partire per il loro progetto in Camerun, l’unico problema è che i ripescaggi si muovono velocemente e mi chiede di comunicarle la mia decisione massimo entro il giorno successivo. Eccolo il momento, la scelta di cambiare: perché lì, località di montagna dell’Alto Adige, sotto una pioggia torrenziale, riparata sotto una tenda, senza rete internet sul telefono per potermi informare sul lavoro dell’organizzazione che mi aveva appena contattata, mi sono voltata verso gli amici che avevo accanto e con un sorriso ho annunciato: “Parto per il Camerun”. Fatta. Decisione presa. Non mi sono pentita nemmeno una volta.
I mesi che sono seguiti mi hanno cambiato completamente la vita, e decisamente in meglio. Sì, perché muoversi è sempre meglio che stare fermi e cambiare è sempre meglio che rimanere gli stessi; le soddisfazioni sono sempre meglio dei rimpianti e conoscere è sempre meglio che ignorare. I dettagli della mia formazione, del lavoro che facciamo a Sangmelima e di quello che fa Avaz a Roma, del progetto Villaggio Fraternité e della vita qui sono molto importanti, forse più importanti di tutte queste chiacchiere sulla mia scelta, ma ho deciso di raccontarla per un indeciso futuro civilista o chiunque altro sogni ad occhi aperti di partire e vedere, per fargli sapere che se sente una spinta non la deve ignorare. Non può, perché di certo tornerà a bussare.

Buon viaggio e buona avventura a tutti.
Martina Leto




martedì 7 giugno 2016

L'esperienza di Elena (Volontaria del Servizio Civile)

Il servizio civile è decisamente un’opportunità unica, ma non  sempre questa esperienza riesce a soddisfare chi lo sceglie; è per questo che mi sento fortunata due volte: la prima per aver scelto l’Avaz, la seconda per essere stata scelta dall’Avaz.

Mentre terminavo la mia tesi di laurea specialistica avevo già le idee chiare: volevo partire e fare un’esperienza concreta nel mondo del volontariato e della cooperazione internazionale, dunque ho scelto di candidarmi per il servizio civile all’estero. Una settimana dopo il conseguimento della laurea ho fatto un colloquio con l’ONG Avaz Onlus nella sua sede di Roma, nei giorni successivi ho appreso di essere stata scelta e  dopo la formazione prevista in Italia, che ricordo col sorriso, finalmente sono partita.
Con le mie forti motivazioni ho conquistato in breve tempo l’appoggio di tutti i miei cari, non senza riserve e preoccupazioni relative al luogo in cui avevo scelto di vivere un anno della mia vita, il Camerun.

Tornando indietro al momento della mia scelta, mentre mi destreggiavo tra la lettura di mille progetti ho avuto un primo contatto con Villaggio Fraternitè: Il mio amico Giuseppe era stato dentista volontario per un mese in Camerun, proprio al Villaggio Fraternitè di Sangmelima. Avere un’esperienza diretta, fidata è stato impagabile e sicuramente decisivo nella mia scelta; oltre a ciò mi  è bastato leggere una volta il progetto per innamorarmene. Ho così iniziato a seguirne gli aggiornamenti della pagina facebook, a guardare le foto e i video dei bimbi, insomma non vedevo l’ora di partire per dare il mio contributo!

Villaggio Fraternité è un luogo dove si respira quotidianamente un’aria di umanità e familiarità, incorniciato dalla foresta tropicale ed un sottofondo di risate e urla di bambini; è animato da diverse realtà al suo interno e composto da edifici separati tra cui due case per gli espatriati, il pollaio, la sala video, la mensa, la scuola materna, la scuola elementare ed il cuore pulsante  del progetto ovvero il centro d’accoglienza . Ad ospitare Villaggio Fraternité è Sangmelima, piccola e tranquilla cittadina del sud del Camerun,  soprannominata “la belle” per la sua pulizia. Situata a due ore dalla capitale, è l’ideale per vivere la prima Africa.
Sapevo che andando in un altro continente sarei tornata arricchita, avrei imparato un’altra lingua ed assimilato un’altra cultura, e che lavorando per una ONG avrei fatto un’esperienza formativa, ma la realtà ha superato le mie aspettative.  






A tre mesi dalla conclusione del mio servizio civile posso già affermare che è stata l’esperienza più formativa della mia vita. Grazie alla scrupolosità, dedizione e disponibilità dei referenti Avaz in loco ho avuto modo di  testare il mio spirito di adattamento, ho approfondito la conoscenza del mondo della cooperazione internazionale ed ho aumentato le mie competenze. Michele capo-progetto e Olp (operatore locale di progetto) ha indirizzato me e Martina, la mia simpatica compagna di viaggio, nella scoperta della cooperazione, fornendoci tutti gli strumenti teorici necessari, mettendo a nostra disposizione la sua preziosa esperienza, la sua disponibilità costante e valorizzando le nostre competenze e capacità all’interno del progetto, incoraggiandoci infine a superare gli ostacoli. La seconda figura chiave è stata il rappresentante paese, Valerio, indispensabile nel decifrare i codici relativi al Paese di svolgimento del progetto e nel velocizzare il processo di ambientamento, accompagnandoci nella scoperta, placando ansie ed insicurezze.
Queste due figure chiave della mia esperienza rispecchiano lo spirito dell’ONG Avaz Onlus e di Villaggio Fraternité ed il motto “insieme si cresce” riassume l’essenza della mia esperienza, il sentirsi parte di qualcosa arricchendone le potenzialità ed accrescendo le proprie in cambio.


Elena Maglio

venerdì 27 maggio 2016

Tata Elena e la piccola Mekena

"Tata" Elena è una delle due ragazze di Servizio Civile presente a Villaggio Fraternité da settembre scorso. Qui vi proponiamo il suo incontro con una delle piccole ospiti in Camerun, raccontato in prima persona da Elena.

Mekena è una bimba che frequenta la moyenne section del maestro Tonton Parfait; anzi frequentava,
poiché, proprio qualche giorno fa, i nostri piccoli bimbi della materna sono andati in congedo estivo dopo una cerimonia piena di balli, canti e recite.
Il suo fare imbronciato mi aveva molto colpita sin da subito, forse perché somigliava un po’ al mio, da bambina, come poi mi hanno confermato la mia famiglia ed i miei amici dopo aver visto una sua foto.

Mekena non è una bimba del Centro di Accoglienza di Villaggio Fraternité, dunque dopo le normali ore scolastiche mattutine, l’autobus di Tonton Papa’a, uno dei nostri autisti, la riporta a casa.

Il suo fare imbronciato però non ho mai creduto fosse solo una questione caratteriale; infatti Tonton Parfait mi confermò presto che la bambina era malata da qualche tempo ed aveva perso peso, piangeva tutto il giorno, non partecipava alle lezioni e non giocava con gli altri bambini come faceva tutto il tempo lo scorso anno.

Abbiamo così deciso di prenderla “in carico” come fosse una bambina del Centro di Accoglienza di Villaggio Fraternité, fornendole le cure adeguate ed il supporto necessario. Abbiamo contattato i suoi familiari, o meglio la compagna di suo padre con la quale Mekena vive attualmente, che ci ha spiegato che quest’ultimo risulta essere spesso assente ed irrintracciabile perché sempre occupato nel suo lavoro in foresta.

La donna, dunque, sola e con altri bimbi a carico, tra cui Mekena, non rendendosi conto della sofferenza della timida bimba, avrebbe trascurato la malaria di quest’ultima, malattia talmente diffusa in Camerun da essere percepita allo stesso modo in cui noi reagiamo ad un raffreddore dovuto al cambio di stagione. Le difficoltà quotidiane di questi bambini spesso non sono legate solo a motivi economici, ma, come in questo caso, anche alla superficialità e poca cura o attenzione dei loro familiari o tutori. Sono bastati pochi colloqui del dottore e degli assistenti sociali con la tutrice della bambina per responsabilizzarla e, come la maggior parte delle storie ambientate a Villaggio Fraternité, “tutto è bene quel che finisce bene” ! 

I cambiamenti di Mekena sono visibili a tutti, la bambina, infatti, non smette di ridere, giocare e mi ruba mille sorrisi urlando “Tata Elena Tata Elena” ogni volta che ci incrociamo.


Elena Maglio

giovedì 14 aprile 2016

Diario Equatoriale - Parte VI di Valerio (Rappresentante Paese)

Siamo arrivati alla sesta e ultima puntata della rubrica "Diario equatoriale" di Valerio, il nostro "rappresentante-Paese", in Camerun ormai da ben cinque anni!

Buona lettura!   

[Febbraio 2011]
Le giornate passano così, mille giri da fare concentrati nella mattinata, tra villaggi, uffici, ospedali, mercato e meccanici, e alcune cose da organizzare nel pomeriggio per cercare di portare avanti il corso di cucito e le attività del giorno dopo. Solitamente “stacchiamo” verso le 18 circa, mangiamo tra le 19 e le 21 per poi crollare a letto verso le 22. 
Martedì, però, alle 18 eravamo ancora in piena attività, in attesa del vescovo, “proprietario” del terreno di Villaggio.  Si è presentato con una mezz’ora di ritardo, guidando un bel pick-up bianco. E’ sceso elegantemente, con la sua tunica nera e viola. Durante la chiacchierata, durata un paio d’ore, ci ha spiegato i suoi progetti di autofinanziamento: sta disboscando 150 ettari di terreno per coltivarli a cacao, un’attività che fra 2 anni gli renderà 300 milioni di CFA all’anno (circa 460 mila euro),  e sta costruendo dei laghetti per avviare la piscicoltura. Pensa che al paese farebbe bene sviluppare il turismo, ma è convinto che non si faccia molto in tal senso e spera che lo Stato s’impegni maggiormente in questo settore. Ha molti progetti in mente: villaggi, allevamenti di porcospino, ricci e vipere in batteria (sic!) per le loro carni particolarmente apprezzate e, infine, il disboscamento di un bananeto per la costruzione di una cattedrale per 2500 persone perché “deve essere grandiosa, dato che in ogni diocesi, di cattedrale, ce n’è una sola”. 
Simpatica anche la spiegazione del perché noi europei riempiamo i bicchieri a metà, spiegazione data quando io, per educazione, gli ho servito poco succo di pompelmo: “Questa abitudine non nasce per educazione – ci ha detto -, ma perché i bianchi hanno nasi lunghi e quindi, riempiendo troppo il bicchiere, si bagnerebbero; noi neri, invece, abbiamo il naso corto e quindi ci versiamo da bere fino all’orlo!”. 

L’impressione è stata di trovarsi di fronte a un imprenditore – oltre che a un uomo di Chiesa -carismatico e ben inserito.
Ah, martedì ci hanno sistemato il modem e siamo tornati nel XXI secolo! Ovviamente, già il giorno dopo non c’era più rete e la mia scheda sim MTN continua ad essere inattiva. Speriamo nel progresso!