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martedì 9 aprile 2019

La vigilia della partenza di Icaro

Sono all'inizio di un percorso: sono al tempo stesso emozionato e incuriosito all'idea di andare in un continente dove non sono mai stato, di capire e conoscere le usanze, lo stile e il modo di vivere di un popolo che immagino abbastanza diverso da quello a cui sono abituato.
Mi presento: mi chiamo Icaro Becherelli e sono nato il 07/03/1990 in Brasile.
Io non ricordo molto della mia infanzia ma sono stato molto fortunato. La mia famiglia mi ha dato gli strumenti per scegliere e mi ha lasciato libero, sia che si trattasse di decidere che sport fare sia a quale religione appartenere. Nello stesso tempo, attraverso le esperienze che mi hanno fatto vivere, ho cominciato a capire quello che è giusto e quello che è sbagliato, valorizzando il mio punto di vista.
Indubbiamente, le scelte che una persona fa sono molto condizionate dal tipo di società in cui vive, da quello che la comunità offre e dall'ambiente che frequenta.
Il mio desiderio più grande è quello di contribuire ad una società che possa formare le nuove generazioni attraverso strumenti culturali, aiutandole ad avere un “pensiero libero”, libero di scegliere cosa vogliono davvero e di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Secondo me è questo uno dei modi per far crescere le nuove generazioni con la consapevolezza di poter avere un futuro migliore.
Penso che l’Africa sia uno dei continenti più belli al mondo, anche se molti paesi hanno approfittato delle sue ricchezze attraverso le colonie e deportando in massa milioni di giovani rendendoli schiavi, impedendo uno sviluppo naturale di tutto il continente.
Da parte mia penso che svolgere attività di supporto, ai bambini, in un paese che ha sofferto così tanto possa essere una buona cosa e io la farò non solo applicando le competenze che ho maturato in oltre dieci anni in villaggi turistici in tutta Italia ma prevalentemente con il cuore.
Voglio essere sincero: io non sono un persona utopista che crede nella “pace del mondo” ma penso che se tutti noi dedicassimo una piccola parte del proprio tempo ad aiutare chi ha più bisogno vivremmo tutti meglio.
Non sottovaluto comunque le difficoltà che potrebbero nascere in questa mia esperienza: i primi tempi non sarà cosi facile integrami con il nuovo ambiente (non conosco la lingua, non ho mai vissuto in un clima tropicale e, non ultimo, il medico che mi ha fatto i vaccini mi ha presentato una situazione sanitaria difficile per un europeo). Inoltre, dovrò imparare a relazionarmi con un popolo con differenti tradizioni e usanze.
Quello con cui parto è tanto entusiasmo e la voglia di trasmettere la mia gioia di vivere e, perché no, la mia spensieratezza.
Non vedo l'ora di iniziare questa avventura: come dice una delle mie citazioni preferite “un lungo cammino, inizia sempre con un piccolo passo”.
Icaro Becherelli

lunedì 26 novembre 2018

La scelta

Un anno fa ho deciso di rivoluzionare la mia vita e di mettere tutto in gioco, la mia stabilità lavorativa e sentimentale, per partire, per vivere questa esperienza di Servizio Civile. Ora, un anno dopo, mi trovo davanti a un foglio bianco per fare il bilancio di questa mia scelta. Non penso di riuscire a raccontare a parole o scrivendo tutto quello che questo anno mi ha dato, penso che sia un tipo di esperienza che vada vissuta per essere davvero capita.
Sono a casa da una settimana, forse ancora troppo poco per riuscire a capire davvero quanto questo anno in Cameroun, a Sangmelima, mi abbia profondamente cambiata. È ancora tutto così fresco e così vicino.

Mi sembra ancora di sentire le voci dei bambini che arrivano a scuola e mi svegliano al mattino o il rumore delle tazze, mentre la mia compagna di avventura Francesca ci prepara la colazione.
E invece no, è davvero tutto finito. Il mio nuovo mondo, che mi ero creata lontano da casa, non c’è più e ancora una volta bisogna ricominciare nel grigio di Milano, con i colori e il calore della terra africana che ho tanto amato, ormai solo nei miei ricordi.
Quello che ad oggi posso affermare con certezza è che rifarei ancora mille volte la scelta di partire. In questo anno mi sono riscoperta, ho imparato a lavorare con i bambini e ad amarli.
Sono proprio loro che, con la loro ingenuità e il loro affetto, non mi hanno fatto mancare i legami che avevo a casa.
Ho conosciuto una nuova cultura e questo arricchisce sempre. Non è stato facile relazionarsi, ma anche questo mi ha fatto crescere, capire come relazionarmi con le persone e a che livello concedere la mia fiducia. 

Ho imparato ad apprezzare i ritmi di vita africani e ad adattarmi alla loro tranquillità e leggerezza con cui prendere la vita. “Villaggio Fraternité” è stata la mia casa in questo anno e una parte di me e del mio cuore credo resterà lì.
Voglio approfittare di questo articolo e ringraziare tutti: lo staff locale, i bambini, i miei Chefs e le mie compagne di avventura perché senza di loro non sarebbe stato lo stesso.
Si parte con tante aspettative, con la voglia di lasciare il segno e, almeno nel mio caso, si torna con molta umiltà.
Non so se ho lasciato qualcosa e se i miei bimbi si ricorderanno di me crescendo, quello che però posso dire è che questa esperienza a me ha lasciato tanto.
Ora è tempo di ricominciare, ma voglio partire proprio da qui, provare a restare nel mondo della cooperazione internazionale e continuare a crescere con nuovi progetti.

Jessica Valerani

venerdì 23 novembre 2018

Il coraggio


Se i primi sei mesi di Servizio Civile è stato faticoso e difficile adattarsi, gli ultimi sei si sono susseguiti uno dopo l’altro senza che nemmeno me ne rendessi conto. Le due settimane trascorse in Italia durante il rientro di metà servizio mi sono servite per fare una sorta di bilancio della prima parte della mia esperienza. Sono quindi tornata a giugno carica e pronta a mettermi in gioco ancora di più, spinta da quella sensazione di aver lasciato indietro delle cose, e che quella sarebbe stata l’ultima opportunità per farle. Per raccontarle tutte non basterebbe un articolo.

Concludo il mio servizio Civile con la consapevolezza che forse non avrò lasciato una grande impronta a livello progettuale, ma so di averla lasciata nel cuore di alcuni. Di Giovanni, che adesso viene a cercare la sua maestra d’inglese dicendomi “Tata, Tata, Sono arrivato primo della classe!”; di Flora, che nonostante sia già al liceo, ogni volta che vado a portarle un libro mi saluta con un dolcissimo abbraccio; di Ma’a Marie , che mi vuole bene come se fossi sua nipote; di Bernadette e Benjamain, che ogni volta che vado a far loro visita hanno sempre un piatto pronto per me. So che tutti loro e altri, si ricorderanno sempre di Tata Francesca. Ma ciò di cui non si rendono conto è di quanto loro hanno trasmesso a me e che per questo li ringrazierò per sempre. Mi porterò sempre nel cuore quello che mi hanno insegnato, per esempio a vivere la vita con più leggerezza e coraggio.

Ho anche acquisito un’altra consapevolezza, ovvero che il Cameroun è un paese che ha compreso quanto l’educazione sia importante per crescere un popolo in grado svilupparsi. C’è ancora molto lavoro da fare in questo senso e Villaggio Fraternité, in una piccola comunità come quella di Sangmelima, rende possibile a dei bambini, che altrimenti non ne avrebbero la possibilità, di diventare dei giovani intelligenti e responsabili. Sono orgogliosa di aver dato il mio contributo, anche se minimo, a questo progetto.


Negli ultimi giorni a Villaggio mi sono sentita avvolta da un forte sentimento di nostalgia. Mi sono resa conto che non vedrò i bimbi della materna passare dalla divisa rossa a quella blu della primaria, non andrò più a fare la spesa al mercato di Sangmelima, non sarò più in ufficio pronta a dare una matita a chi ha già finito la propria e non vedrò più il prugno davanti casa carico di frutti. Villaggio Fraternité e Sangmelima sono state la mia famiglia e la mia casa in quest’ultimo anno e mi rattrista molto dover salutare quella che ormai era diventata la mia quotidianità.



 Spero che il mio saluto sia soltanto un “arrivederci, a presto”  e che di tanto in tanto avrò l’opportunità di passare a Villaggio e vedere come i bambini e i girasoli siano cresciuti e sentirmi fiera di ciò.

Francesca Bucaletti

mercoledì 21 novembre 2018

Il tempo

L’ultima volta che ho preso carta e penna per raccontare questa esperienza era maggio, a metà servizio. Mi sembra ieri eppure sono già passati sei mesi. Ho riflettuto su questa cosa e mi sono chiesta: “Perché da Dicembre a Maggio il tempo è passato così lento e negli ultimi sei mesi invece è come se il tempo non ci fosse stato?". 
Mi sono svegliata una mattina e ho realizzato che dopo una settimana sarei rientrata in Italia.

Il tempo è un concetto tanto astratto quanto indispensabile per l’uomo.
In tutto il mondo una giornata è fatta di ventiquattro ore, un’ora di sessanta minuti e un minuto di sessanta secondi; eppure nella quotidianità di ognuno di noi è così relativo!
Ci sono giornate che ti sembrano non finire mai e altre che passano senza che nemmeno te ne accorgi. Se questo è quello che succede nel nostro piccolo, la stessa relatività la possiamo trovare nel confronto di culture diverse.

In base all’esperienza di Servizio Civile che ho svolto quest’anno a Sangmélima, nel Sud del Camerun, posso azzardarmi a dire “Paese che vai, tempo che trovi”.
In Italia, forse in Europa, il tempo esiste indipendentemente dall’uomo e le attività dell’uomo sono scandite dal tempo. L’uomo dipende dallo scorrere del tempo: c’è un orario per svegliarsi, uno per mangiare, uno per dormire; appuntamenti fissati con il dentista, la parrucchiera, il commercialista. L’orologio è sul nostro polso e siamo ossessionati da quelle lancette che avanzano e ci ricordano che a quell’ora succederà quella certa cosa.

A Sangmélima non è così, a Sangmélima è il tempo a essere dipendente dall’uomo; è l’uomo che con le sue attività controlla e dirige il tempo. Il tempo si modella in base a ciò che l’uomo fa.


Ed ecco quindi che tu italiana, oltretutto proveniente da Milano dove le persone non solo sono dipendenti dal tempo ma lo rincorrono, ti trovi spaesata.
Sei al mercato e ti fermi a parlare un po’ con la signora che ti vende la verdura e lei al tuo arrivederci risponde “Aprés” (a dopo) e nella tua testa inizi a pensare “A dopo quando? Forse le ho detto qualche cosa di sbagliato in francese. Ma poi, dove ci dovremmo vedere dopo? A che ora? Non ho il suo numero di telefono per metterci d’accordo” e alla fine capisci che è solo un modo di dire “Ci rivediamo”, ma non è necessario stabilire il dove e il quando.
Vai al ristorante e ordini da mangiare. Dopo mezz’ora chiedi “Ma tra quanto tempo sarà pronto?” e la risposta è “È già pronto”. Il mangiare arriva poi dopo un’altra mezz’ora.
Hai un appuntamento con un amico alle tre e sono le tre e mezza, lo chiami per chiedergli dove si trova e lui ti risponde “Sono già là”, ti giri a cercarlo e non c’è. Arriva dopo un’oretta: stava riposando, era stanco. Sali sull’autobus e chiedi a che ora partirà. “Quando l’autobus sarà pieno”, è la risposta.

All’inizio tutto questo è snervante, ti arrabbi e loro nemmeno capiscono perché. È normale che il cibo arriverà quando sarà pronto, è normale che se sei stanco prima di uscire riposi un po’ ed è normale che l’autobus parta quando è pieno. E allora impari, non programmi niente nemmeno tu, non solo non ti arrabbi più per i ritardi ma senza accorgertene inizi ad arrivare anche tu in ritardo agli appuntamenti. Senza rendertene conto lasci scorrere il tempo proprio come fanno loro.

Grazie a questo il Camerun mi ha fatto vivere un sentimento di libertà, di tranquillità.
Noi occidentali vantiamo tanto le nostre libertà e nessuno mette in dubbio gli sviluppi che siamo riusciti a raggiungere in quanto a diritti dell’essere umano, emancipazione, libertà religiose ecc..
Ma la libertà di vivere tranquilli? La rincorsa al tempo ci impedisce di entrare in contatto con noi stessi, con i nostri limiti e i nostri desideri. Siamo ossessionati da una vita fatta di obiettivi da raggiungere e il presente ci sfugge dalle mani. E così ci ritroviamo tutti in analisi, stressati, sfiancati da una vita che non ci appartiene.


Tante cose mi hanno insegnato l’Africa, il Camerun, Sangmélima, ma l’unico insegnamento che non vorrei mai dimenticare è proprio questo: l’unico obiettivo della nostra vita deve essere la felicità e l’unico modo per trovarla è quello di non farci travolgere da aspettative e vivere sereni, senza essere condizionati dallo scorrere del tempo.
Anna Franzoni

martedì 12 giugno 2018

Il racconto dei primi sei mesi da civilista di Jessica-di Jessica Valerani



Il famigerato giro di boa è arrivato, eccomi nel mio rientro di metà servizio. Sembra ieri, il 6 dicembre 2017, quando sono arrivata a Sangmelima piena di dubbi e di incertezze ma pronta a vivere quest'esperienza che desideravo da tempo.  Avevo deciso di non crearmi grandi aspettative e questo è stato un bene, l'Africa, anzi il Camerun (visto che è in questo Paese che sto vivendo la mia esperienza) si è rivelata una terra ricca di sorprese e contraddizioni.

Per la prima volta nella mia vita mi sono sentita io la "diversa". La prima parola che si impara in Bulu, la lingua della regione del Sud, é mitangan, bianco appunto. Te lo senti dire per strada mentre cammini, al mercato mentre fai la spesa e ricevi proposte di matrimonio da uomini follemente innamorati di te o forse solo del tuo colore. Uno stigma, retaggio probabilmente del colonialismo, che personalmente mi ha fatto inizialmente diffidare dei locali, per chiudermi dove invece mi sono sentita subito a casa: a Villaggio Fraternité.

Sono alla prima vera esperienza di lavoro con i bambini eppure è proprio con loro che fin da subito sono riuscita a sentirmi me stessa, libera di potermi esprimere. Cosa che invece non è successa con gli adulti e la comunità locale, ma in questi mesi ho capito che bisogna darsi tempo quando ci si vuole inserire in una realtà culturalmente molto diversa dalla propria. Entrare in punta di piedi, iniziare a conoscere prima le cose e le persone vicine a te, ascoltare i consigli dei colleghi con cui lavori e condividi gran parte della tua giornata. E poi piano piano, senza darsi fretta, iniziare a mettere la testa fuori dal proprio guscio accettando, ad esempio, l'invito di Angeline, la cuoca di Villaggio, a fare una visita al suo campo in brousse ovvero nel cuore della foresta equatoriale, e ritrovarmi a piantare bâton de manioc per darle una mano nel mio piccolo. 



Per quanto mi riguarda sento di essere cresciuta molto, di essermi messa in gioco entrando in classi da 40 bambini per cercare di fare lezione, ma poi ammettendo i miei limiti chiedendo alle maestre tata Carole e tata Edith di restare al mio fianco per aiutarmi a gestire tutti quei piccoli mostriciattoli. 
Ho imparato a non avere paura di girare da sola per strada, a sorridere e salutare nella lingua locale.
Ho iniziato ad interessarmi seriamente al mondo della cooperazione, apprezzando il grande lavoro e la passione che sta dietro a questo progetto di sviluppo operativo da ormai 10 anni.
E infine ho confermato la mia certezza che mettersi in gioco, partire, conoscere nuove culture e diversi modi di vivere è qualcosa che ti dà davvero tanto. 

È difficile mettere nero su bianco e far capire a chi non vive questa esperienza quanto ogni difficoltà da affrontare, ogni abbraccio, ogni sorriso siano qualcosa di amplificato qua, che resterà per sempre nella mia mente.

Sono appena rientrata dopo due settimane passate in Italia e le sensazioni che avevo avuto la prima volta sono cambiate (caldo e umidità a parte che non mancano mai insieme alle moustiques) ora qui mi sento a casa. 
Ora spero di vivere al meglio i 6 mesi che restano e cercare di lasciare nel mio piccolo qualcosa a tutti i nostri bimbi che non vedo l'ora di riabbracciare!

di Jessica Valerani

lunedì 5 marzo 2018

Diario dal Camerun di Ilaria


Sono ormai circa tre mesi che mi trovo nel continente africano, anche se sembra di essere qui da sempre, anche se sembra ieri che, appena scesa dall’aereo, mi son sentita travolta da una sensazione nostalgica e allo stesso tempo gioiosa.

Se guardo indietro mi rendo conto che già tanti sono gli sguardi incrociati, le mani tenute, le parole ascoltate, come altrettanti sono gli sforzi e le fatiche che all’inizio di questa mia esperienza ho dovuto affrontare. Eppure ricordo ancora molto lucidamente quel giorno di Settembre in cui capii che “questo è il luogo che Dio ha scelto per te, questo è il tempo pensato per te, quella che vedi è la strada tracciata per te e quello che senti l’Amore che ti accompagnerà.”
Come ogni inizio, anche quello di quest’anno di servizio civile è stato parecchio difficile, ma non ho mai dimenticato queste parole, non ho mai dimenticato di essere qui perché scelta e mandata dal Signore.

Ogni giorno faticoso, ogni ostacolo, ogni lotta contro i mulini a vento, ho avuto la fortuna di combatterli con una Forza più grande di qualsiasi ricaduta, una Forza che mi spinge a non demordere, anche quando sono debole. Se vi dico che qui a Sangmelìma (cittadina del sud del Cameroun) per riuscire ad andare ad una messa cattolica ci ho messo circa un mese, son sicura resterete un po’ sorpresi, eppure è così.

Capita che cammini e, sbagliando incrocio arrivi ad una chiesa e ti ritrovi in macchina con un pastore protestante per andare a festeggiare il giorno del Signore in un villaggio nel cuore della foresta; capita che sbagli l’orario della messa e arrivi a quella in bulu (lingua locale) e francese, senza così comprenderne più della metà; capita che, per andare alla parrocchia che ti hanno suggerito, non hai mezzi di trasporto e devi camminare 45 minuti per raggiungere la Chiesa e ricevere il corpo di Cristo.
Eppure, grazie ad ogni piccola sfida, grazie alle persone che mi sono vicine anche da lontano, riesco, un passo dopo l’altro, a rialzarmi per camminare.

Nonostante sia partita con un’idea molto precisa della “mia Africa”, nonostante questi miei pensieri non possano qui trovare concretezza, ho capito che la vera missione a cui siamo chiamati, è quella di ricercare il bene più grande, cioè la nostra felicità, mettendoci in gioco con gli altri e per gli altri.
Così, negli abbracci dei miei bambini della scuola materna, nella loro dolcezza con cui mi chiamano “Tata Ilaria”, nella loro spontaneità e, perché no, nei loro capricci, riesco a sentirmi pienamente serena. Così, nelle persone con cui lavoro, nel confronto con tante diversità, culturali e non, nella condivisione di valori, riesco a mettere in luce i miei difetti, cercare di accettarli e guardarli come dono del Signore. Così, nel lavoro quotidiano della terra, nella cura dell’orto, nell’annaffiare e nel vedere germogliare e crescere il seme piantato, riesco ogni giorno a stupirmi della bellezza e della grandezza del Creato.

Sono ormai circa tre mesi che mi trovo nel continente africano e tante continuano ad essere le novità con cui bisogna confrontarsi, come tante le domande che mi sorgono e mi mettono in difficoltà. Tuttavia, se guardo i sorrisi di quei bambini orfani, quello della piccola Divine o quello di Zee, capisco quanto il Signore sia grande perché si è fatto piccolo tra i piccoli per annunciarci che ogni croce che portiamo non deve essere motivo di tristezza ma di gioia e che con l’aiuto della fede, possiamo trasformarle in uno strumento di salvezza per il nostro cammino verso la santità.


Ilaria Tinelli
Volontaria in Servizio Civile 

mercoledì 13 dicembre 2017

Ecco perché Anna ha scelto il Servizio Civile

A Marzo 2015 ho iniziato a lavorare in un centro accoglienza per richiedenti asilo a Milano, dove sono stata a contatto con ragazzi di diverse nazionalità africane. Più i giorni passavano, più mi rendevo conto di come alcune loro idee e alcuni loro comportamenti erano davvero difficili da “decifrare” e quindi comprendere secondo le nostre categorie “occidentali”. Tutto ciò portava a incomprensioni e conflitti, che erano invece facilmente risolvibili quando ci si fermava a ragionare, uscendo dai quei preconcetti costruiti secondo la nostra cultura.

Da qui nasce quindi la voglia di immergermi io stessa in un paese a me sconosciuto da ogni punto di vista, per due motivazioni in particolare: innanzitutto per fare un’esperienza che mi desse la possibilità di conoscere più da vicino una di quelle culture con cui quotidianamente ero in contatto grazie al mio lavoro. In secondo luogo, ma non meno importante, per provare cosa vuol dire essere straniera, trovarsi catapultata in un paese così lontano geograficamente e culturalmente dal mio, un paese di cui so solo quelle poche informazioni reperibili sul web (e chissà se poi corrispondono alla realtà). 
Per la prima volta sarò io a dovermi adeguare a usi, costumi, linguaggi altrui. Credo che, per chi come me vuole lavorare nell’ambito delle migrazioni, sia indispensabile fare esperienza di quelle sensazioni di spaesamento e frustrazione iniziali, tipiche delle situazioni di emigrazione.

A tutte queste belle e ragionevoli motivazioni, si aggiunge quella che io definisco “vocazione”, un qualcosa dentro di me che mi dice “Vai!”, una forza inspiegabile che mi spinge a prendere decisioni come questa: “Mollo tutto e faccio un anno di servizio civile in Camerun”, una decisione pazza e irresponsabile per la maggior parte dei miei amici e famigliari, l’unica decisione di buon senso che, a mio avviso, potevo prendere in questo momento della mia vita.
Non ci sono motivazioni comprensibili alla ratio umana, ma solo una spinta interiore impossibile da spiegare con le parole.


Anna Franzoni
Volontaria in Servizio Civile in Camerun 

Jessica racconta perché ha scelto di fare Servizio Civile

Nell'ultimo anno e mezzo ho iniziato a lavorare nel frenetico mondo del “business milanese”, vita da ufficio, gente sempre di corsa e presa dalla propria carriera; la guardavo e non riuscivo a sentirmi parte di questa frenesia. 
Ho iniziato a scavare un po’ dentro di me e ho sentito la necessità di fermami un attimo per capire meglio se questa era la direzione che avrei voluto far prendere alla mia vita. Non ero pronta a fermami ora nella mia città natale, la voglia di crescere in una realtà diversa e lontana da casa ancora una volta mi premeva, la voglia di esplorare, di conoscere il mondo.

Tramite ricerche online ho iniziato a cercare una maniera concreta che potesse permettermi di realizzare questa mia fame di cambiamento, ed è qui che ho trovato il bando del sevizio civile.
Molti erano i progetti interessanti, ma per un’attitudine personale quello che desideravo era il contatto diretto con le persone, volevo, e spero di aver trovato, un progetto che mi permetta di stare vicino alle persone e far del bene, dare il mio piccolo contributo in questo mondo per aumentare la consapevolezza comune nel rispetto delle culture e delle diversità.

In questo anno mi aspetto di vivere un’esperienza forte, impegnativa e sicuramente ricca di emozioni. Un banco di prova per dare una scossa alla mia vita personale e, perché no, anche per iniziare un nuovo cammino nel mondo della cooperazione. Dopo questa settimana di intensa formazione, non vedo l’ora di partire per andare a conoscere tutti i bambini di Villaggio Fraternité, gli insegnanti e il personale locale che da anni segue questo progetto, dove spero di portare il mio piccolo contributo. 
In questo mondo sempre di corsa è importante anche fermarsi e prendersi del tempo per quello che si desidera davvero, senza basarsi solo su quello che le persone e la società in cui cresciamo si aspettano da noi. 
Ho scelto di vivere questa esperienza per investire su di me, perché credo nella possibilità di un mondo migliore per tutti. Durante questo anno voglio aprirmi, conoscere, crescere e sperimentare una nuova me!

See u in Sangmélima!


Jessica Valerani
Volontaria in Servizio Civile in Camerun

Perché hai scelto di fare Servizio Civile? La risposta di Ilaria


Mai mi sarei aspettata di dover rispondere così, su due piedi, ad una domanda tanto importante.
Il sole tramonta e fuori le campane suonano, ma nella mia testa c’è un turbinio di pensieri.

Perché, mi chiedo, perché è così difficile?
Perché scegliere di fare un anno di servizio civile vuol dire mettersi in gioco e crescere, ma non sempre è facile lasciare le certezze per partire e mettersi in cammino verso un luogo che, non solo è lontano, ma è anche sconosciuto. Eppure, scegliere di vivere un’esperienza tale, vuol dire fidarsi di sé stessi, di ciò che si sente sia opportuno fare in un periodo preciso della propria vita, quando si è giunti al termine del proprio percorso di studi. E per me, scegliere di fare servizio civile, è seguire una chiamata, è saper leggere ogni singolo avvenimento come segno importante per la realizzazione di un grande sogno. Mettersi al servizio degli altri per (ri)trovare sé stessi, confrontarsi con altri, diversi da noi, per arricchirsi e trovare così il coraggio, che non è negazione della paura, ma capacità di controllarla. Mettersi alla prova in una cultura diversa perché “arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti. […] D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere.” (Italo Calvino)

Scegliere di fare il servizio civile vuol dire condividere un pezzo del proprio cammino con altri giovani che, come me, si interrogano e cercano risposte, anche se a domande diverse, ma da cui sicuramente si può sempre imparare qualcosa di nuovo perché è nel confronto quotidiano dei propri limiti e dei propri pregi che si può crescere e vivere in un clima di fratellanza reciproca. 
Vivere il servizio civile in terra africana, nella foresta equatoriale camerunese e a contatto con i bambini, spero mi potrà aiutare a farlo in modo più limpido e sobrio, più vero e diretto, prendendo una pausa dal “mondo inquinato” in cui siamo immersi, sperando di sentire quel vento fresco che potrà diventare l’ossigeno del mio respiro, la mia gioia di vivere.


Ilaria Tinelli
Volontaria in Servizio Civile in Camerun

lunedì 16 ottobre 2017

Articolo di fine Servizio Civile - Erica Calabria


Dopo 10 mesi di Servizio Civile trovo difficile scrivere questo articolo, le cose da raccontare sono davvero troppe e anche le sensazioni. Sento prima di tutto di dover ringraziare tutti quelli che ne hanno fatto parte, chi da qui in Camerun e chi dall'Italia; la collaborazione è stata continua e sempre presente.

Ricordo il primo periodo, dove volevo far di tutto per dare qualcosa a questo progetto. Partiamo tutti con una grande voglia di fare tanto e a volte anche troppo. All'inizio i bambini non ti conoscono e ti vedono come il volontario nuovo e perciò sono molto curiosi: ti guardano le braccia e notano le vene, o ti toccano i capelli che per loro sono morbidi come quelli dei neonati. Mi rendo conto solo questo ultimo mese dove la scuola è ricominciata, di voler fare una pausa e godermi tutto quello che ho attorno, i bambini, il personale, ma anche il paesaggio e tutto quello che all'inizio sembrava strano.

Ho iniziato le lezioni di inglese nelle classi della primaria nel mese di febbraio. Non sapevo come sarebbe andata e nemmeno se ne sarei stata in grado. I bambini inizialmente ti vedono come l’amica e non come la maestra, per cui bisogna trovare il modo per farsi ascoltare e rispettare in classe, senza dover solo giocare. Con i più grandi è stato facile, coi più piccoli è stato sufficiente preparare lezioni con giochi o divertendosi, soprattutto con lezioni multimediali. E' stata davvero soddisfacente come attività, ancora oggi quando entro semplicemente nelle classi, mi salutano con “Good morning Madam”. Ho imparato molto in questo campo dalle maestre di Villaggio, soprattutto sul come farsi ascoltare. Certo tenere 40 bambini non è semplice, anche se loro lo fanno sembrare davvero facile. Collaborare con loro è gratificante.

Villaggio ti dà tante soddisfazioni, come per esempio il “progetto orto” che abbiamo iniziato questa estate e che sta dando i suoi frutti, o vedere il Centro di Accoglienza coi suoi educatori lavorare sul campo. Villaggio é sempre in continua evoluzione e cerca di migliorarsi nel tempo. Penso che come ogni anno cambino i volontari e i loro interessi, anche Villaggio migliori in campi diversi a seconda di cosa i volontari portano con sè. É come se ogni volontario andasse ad aggiungere qualcosa di personale al progetto, condividendolo.


Sarà difficile riabituarsi all’Italia dopo essersi integrati con la cultura di qua, ci vorrà tempo, come per tornare a dire “strano” anziché “bizzarro”. Me ne andrò con un bellissimo ricordo, sapendo come funziona la cooperazione e com'è farne parte. Essersi trovati a proprio agio in una comunità così diversa, che ti accoglie curiosa e vuole collaborare con te, non è scontato. 

Quindi ringrazio ancora tutti coloro che lo hanno fatto e che mi hanno fatto sentire parte di qualcosa.

Erica Calabria
Volontaria in Servizio Civile in Camerun

lunedì 9 ottobre 2017

Articolo di fine Servizio Civile - Flavio Boffi


Ora calmati. Mettiti seduto, rilassati e calmati. Lo sapevi dall’inizio che sarebbe arrivato questo giorno. Non sarai né il primo né l’ultimo che farà esperienze del genere, e nemmeno l’ultimo che se ne andrà con il groppo in gola. Nemmeno a dire che hai lasciato ‘sto segno indelebile non dico nella società, ma manco in una persona. Sì, hai vissuto, amato e scoperto. E qualcuno si ricorderà di te ancora per un po’ dopo la tua partenza. Ma nulla di più. Punto, a capo, capitolo b. 
E allora smettila di filosofare, di guardarti intorno con gli occhi gonfi di lacrime come fosse qualcosa a cui vorresti disperatamente aggrapparti. Smettila di cercare parole per descrivere quanto sia stato bello quest’anno. Sì, lo è stato. È stato una scoperta di tutto, a partire da me stesso. Sono arrivato con mille idee, me ne torno con una matassa che forse il tempo mi aiuterà a sbrogliare. Sono partito portandomi il fardello dell’uomo bianco: “Tutta colpa nostra”, mi dicevo. Una volta qui, ho stravolto il mio pensiero e iniziato a criticare dentro di me quasi tutto quello che vedevo intorno. Il tempo ha fatto il suo e ora apprezzo e comprendo, e quello che ancora critico lo leggo sotto un’altra lente, forse più grande, o semplicemente meno sfocata. 
Ora, non voglio fare un’analisi di tutto quello che ho visto, interpretato e riprodotto in quest’anno di servizio civile: sarebbe troppo lungo e troppo contorto ancora. E più che una considerazione, vorrei lasciare qui, su questo foglio, solo un desiderio: vorrei portare con me, nella mia vita, la loro leggerezza, la leggerezza degli africani. Ho visto padri rischiare di perdere i propri figli e continuare comunque a sorridere, ho visto sogni spezzarsi senza per questo piegare il sognatore. Ho visto vite leggere, che non si fanno il fegato marcio per qualunque cosa intorno non vada come dovrebbe o vorrebbero loro. “È così, è la vita, prendere o lasciare”, sembrano dire. 
Me ne vado con la consapevolezza di non aver dato pressoché nulla, di aver ricevuto abbracci e sorrisi immeritati, lascio qualcosa in sospeso che solo il tempo, forse, risolverà. E no, non me ne vado felice. Vorrei restare, ora che ho cominciato a capirci qualcosa del posto dove sono, ora che distinguo volti, sguardi interessati da sguardi sinceri, ora che non ho più paura. Vorrei restare, ma non posso. Più probabilmente non ho il coraggio di restare senza paracadute. Conosco qualcuno che rimarrà anche dopo, in altri paesi e in altri luoghi. Avete la mia stima e vi auguro il meglio. Per me, è ora di rientrare. Diverso da come sono partito, consapevole che non riuscirò mai a capire e conoscere tutti i mondi che compongono questa terra, ma speranzoso di conoscerli tutti. Magari con una vita presa più alla leggera, intensa e mai banale. 
Come diceva Charlie Chaplin: “Vivi come credi. Fai cosa ti dice il cuore…ciò che vuoi… una vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Canta, ridi, balla, ama…e vivi intensamente ogni momento della tua vita… prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi”.   

Flavio Boffi
Volontario in Servizio Civile in Camerun

venerdì 13 gennaio 2017

Impressioni di gennaio - Il racconto di Flavio, Volontario del Servizio Civile


Oggi ho pensato che sono ormai 3 mesi che sono qui, a Sangmelima. Il tempo è volato... veramente sembra ieri! Tanto e poco è successo in questo periodo: tanto, perché mi accorgo di aver imparato molto, soprattutto su di me; ho avuto la possibilità di conoscere meglio il progetto “Villaggio Fraternité”, veramente ben congeniato e condotto egregiamente da Michele (il capo progetto) e Valerio (il rappresentante paese), che ci hanno accolto splendidamente e che ci consigliano e guidano sempre. Ho trovato un po’ il mio ruolo qui a Villaggio, il che aiuta molto a muoversi nel mondo, soprattutto quando quel mondo tu non lo conosci affatto; ho poi trovato la cosa più importante di tutte, ovvero i bambini. Non è per luogo comune, ma effettivamente qui i bambini ti rubano il cuore con i loro sorrisi e i loro abbracci, donati gratuitamente a te – straniero – che non sai come ricambiare degnamente. Vederli divertirsi, giocare all’interno di una struttura che li accoglie come ogni bambino del mondo dovrebbe essere accolto non ha eguali. E vedere anche come venga apprezzato l’impegno che ogni giorno in primis Michele e Valerio, in secundis noi volontari mettiamo all’interno del progetto, è la più grande gratificazione che si possa ricevere; non per sentirci migliori degli altri o per puro egoismo, ma perché ci regala quel feedback che ci permette di dire “ok, siamo sulla strada giusta”.
Eppure ancora sento di non aver fatto nulla, o comunque abbastanza. O meglio, ho fatto la base, quel composto di calcare e bitume chiamato asfalto che ti permette di camminare su un terreno meno scivoloso, meno impervio; ma ancora non mi sono messo in cammino, non sono riuscito a crearmi una mia vita qui, con degli amici miei, dei legami miei e solo miei, tali da poter entrare effettivamente a far parte del tessuto della società che mi ospita. Penso sia importante per comprendere dove ti trovi e chi hai intorno, per poter, quindi, fare qualcosa di reale; il rischio, altrimenti, è di rimanere all’interno di queste quattro mura e tornare senza aver capito nulla di dove sei stato (e senza aver quindi inciso su nessuno).
Il tempo è volato e io non me ne sono accorto; e mi dispiace un sacco, non solo perché sento di aver perso del tempo prezioso, ma anche perché mi piace stare qui, mi piacciono le persone che incontro per strada, che girano attorno Villaggio Fraternité. E vorrei conoscerle molto meglio, farle mie, diventare loro amico e confidente.
A Natale abbiamo festeggiato con gli amici di Michele e le loro famiglie, tutti insieme, ed è stata una delle giornate più spensierate della mia vita, in cui mi sono sentito più in pace con me stesso. Ma mi accorgo che un po’ lo spaesamento, un po’ la lingua e un po’ la paura mi bloccano e non mi fanno fare quel passo in avanti decisivo. Quando mi immagino di farcela, mi vedo sulla soglia di una porta che affaccia sul vuoto, che gonfio il petto, mi metto degli occhialoni per proteggermi e salto giù. Se mi farò male, ne sarà valsa la pena. 

Ah, un piccolo aneddoto di questi 3 mesi in Africa:

Un giorno, decido che era giunto il momento di uscire da Villaggio (per l’appunto), così prendo la mia moto e mi avvio verso i villaggi presenti lungo la strada che porta al Centrafrica, villaggi che già avevo visitato insieme a Michele. Volevo “buttarmi”, conoscere un po’ di persone, fare due chiacchiere con la gente di qui. Insomma, dopo aver percorso un bel po’ di chilometri ed aver attraversato parecchi villaggi, e dopo soprattutto aver rinunciato alla mia idea originaria di fermarmi a un baretto a chiacchierare con chi fosse stato presente lì in quel momento (ne avessi visto uno, di bar, lungo la strada!), decido che avrei dato retta al prossimo che mi avesse urlato di fermarmi; infatti, lungo il percorso, in molti, seduti su una sedia appena fuori dalla loro abitazione, mi invitavano ad avvicinarmi, probabilmente incuriositi dal mio passare.
Il prossimo, in quel caso, si chiamava Kamir e stava lì seduto, intento a sorseggiare una bevanda biancastra assieme ai propri amici e parenti.Vedendomi, mi invita a sedermi, mi offre un bicchiere di quella bevanda (che ho scoperto dopo essere vino di palma) e inizia a chiedermi da dove vengo, cosa faccio, etc. Quando gli dico che sono un volontario di Villaggio Fraternité, mi dice di conoscerlo bene e che vorrebbe portare lì i suoi figli, perché ha sentito dire che, in quella scuola, i bambini sono ben seguiti ed escono preparati. Allora gli dico: “Beh, dai, allora vai e iscrivi i tuoi figli!”. Nella sua faccia, leggo scritto “povero ingenuo” a caratteri cubitali. Mi sorride, con il braccio disegna un arco a indicare tutto il villaggio che ci circonda e mi fa: “Qui mica ce ne ho uno o due; uno dei pulmini che avete lo riempirei solo io. Guardati intorno e vedrai figli miei ovunque!”.
Con questo, dopo i doverosi saluti e la promessa di rivedersi a breve, ho preso di nuovo la mia moto e me ne sono tornato a Villaggio, pensando, con un leggero sorriso, a quanto certe cose possano essere diverse da un paese all’altro, senza che tu te ne renda conto.

Flavio Boffi


mercoledì 23 novembre 2016

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? Valerio: "Per avere l'opportunità di rivoluzionarmi"

Perchè hai scelto il Servizio Civile Nazionale? 

Rivoluzionare e rivoluzionarsi

Sarò sincero con voi, dopo la laurea la mia vita stava prendendo una direzione un po' troppo lineare (eh sì, la vita da ingegnere è abbastanza dura J).
Ho quindi deciso di fermarmi e riflettere… La necessità di una rivoluzione personale ha preso il sopravvento. Sfogliando tra le varie opportunità utili a questo scopo e riservate ai giovani come me (ancora per poco, s’intende XD) mi sono subito concentrato sul servizio civile all’estero. Leggendo i bandi ho individuato quelli che potevano meglio adattarsi alle mie passioni e alla  mia formazione. Ed ecco una miriade di opportunità in cui mettersi in gioco sia professionalmente che umanamente.
Ed ecco anche la possibilità per rivoluzionarsi, per spostare per un po' il centro della propria attenzione da sè stessi verso gli altri e per mettersi veramente in gioco.

Ho scelto l’Africa. Gli aspetti legati al mondo dell’acqua, dell’agricoltura e dell’ambiente hanno letteralmente conquistato la mia attenzione; senza riflessione alcuna, ho quindi compilato e spedito la domanda.

Non restava quindi che aspettare...

AVAZ ha scelto me e sono pronto.
O meglio: siamo pronti, saremo in quattro a partire per Sangmelima: Flavio, Silvia, Erika ed Io.
O meglio ancora, saremo in tantissimi: decine di ragazzi che come me hanno scelto il servizio civile all’estero per lasciare un pezzetto di se stessi in giro per il mondo per ritornare a casa un po’ più ricchi.

Forza Ragazzi!


Valerio Catania 

Perché hai scelto il Servizio Civile Nazionale? Erica: "Perché si vive di emozioni e il Servizio Civile Nazionale ne è pieno"

Perché fare l’esperienza di Servizio Civile Nazionale

Si può pensare che l’esperienza di Servizio Civile inizi nel momento in cui si prende un aereo per il Paese di destinazione.
Questa esperienza ha invece inizio nel momento in cui si decide di iscriversi alle selezioni,  perché già in quell’istante si ha riflettuto parecchio sul tipo di scelta fatta.
E di che tipo di scelta si tratta? Bisogna tener conto di molti fattori, come lo stare lontani da casa, dai propri cari, dalla routine. Si tratta di prendere in mano la propria vita e di valutare se è il momento di fare dei cambiamenti. 
Il Servizio Civile Nazionale ti dà l’opportunità di stare in un Paese estero per dieci mesi, in un contesto totalmente nuovo, persone nuove, lingua diversa. Una cultura sconosciuta, l’ignoto. Preoccupante, ma allo stesso adrenalinico ed elettrizzante.
Tutto questo però va in secondo piano rispetto alla motivazione che più di tutte ti spinge a fare domanda: la voglia di aiutare il prossimo, di voler fare qualcosa di concreto per migliorare la società. Sentirsi parte di un progetto il cui obiettivo è aiutare i paesi più poveri è stimolante. 
È vero che molti lo considerano un lavoro, è pagato certo. Ma nessuno può sperare di partire per un’esperienza simile per soldi o per una voce in più da aggiungere al curriculum.
Il Servizio Civile Nazionale dà anche questo, ma ciò che conta di più è il voler trasmettere i nostri valori e magari riuscire ad assorbirne di nuovi.
Questa è un’esperienza in cui si dà, si va per dare un contributo, un aiuto.

A rifletterci bene però, alla fine sarà più un ricevere di emozioni. Dire emozioni è facile, sentire sarà poi tutta un’altra cosa. Non riesco nemmeno ad immaginare quanto tutto questo cambierà e aiuterà la mia vita futura nel mondo.
Quindi alla domanda “ perché ho scelto di fare il SNC” , la mia risposta è perché si vive di emozioni e il Servizio Civile Nazionale ne è pieno.

Erica


mercoledì 2 novembre 2016

Perché hai scelto di fare il servizio civile? Silvia: "Per contribuire a realizzare un mondo migliore"


Mi chiamo Silvia ho 20 anni ed un pensiero fisso in testa: qual è il mio scopo nella vita ?

Fin da quando sono piccola mi sono sempre interrogata su questo argomento; non ho mai accettato l’idea di vivere una vita banale e inutile.Pensavo  che essere ricordati fosse fondamentale, sognavo di diventare medico, presidente e avvocato prestigioso: volevo lasciare un segno una traccia indelebile in questo mondo.

Crescendo ho capito che non è necessario comparire sui libri di storia per vivere una vita degna. Ho capito che forse la mia necessità di essere ricordata era legata alla paura di morire, sparire per sempre e quella sensazione di sentirsi così piccoli ed impotenti di fronte all'immensità di questo spazio e di questo tempo.

Mentre i miei compagni di liceo sceglievano l’università con una facilità impressionante io rimanevo lì, incagliata nelle mie paure e nei miei mille dubbi. Non volevo seguire la corrente e fare l’università perché la facevano tutti, non volevo sprecare il mio tempo, volevo renderlo parte di uno scopo da raggiungere, lo scopo della mia vita. Ma prima di fare tutto ciò dovevo individuarlo.

L’unica costante della mia vita era quella voglia di cambiare e di migliorare il mondo che ci circonda, quella sensazione di non sopportare le ingiustizie.

Vivere rispettando gli altri però non era sufficiente ad appagare la mia voglia di fare e di aiutare.
Avevo bisogno di fare un’esperienza forte che mi facesse realizzare davvero il mondo che mi circonda ed aiutarmi a trovare la strada per migliorarlo... 

Servizio civile all'estero era la risposta.



giovedì 22 settembre 2016

Villaggio Fraternité visto con gli occhi di Martina


Martina Leto - Volontaria in Servizio Civile in Camerun. 
Il racconto a conclusione della sua esperienza di un anno, in cui ha dato il suo prezioso contributo per le attività a Villaggio Fraternité

A VILLAGGIO

A Villaggio le giornate iniziano presto, perché i bambini non dormono fino a tardi, perché a scuola bisogna arrivare puntuali e se perdi il bus poi te la devi fare a piedi. E allora, che ci sia fango o polvere a seconda della stagione, si arriva a scuola tutti sporchi, l’uniforme blu acceso ormai rossa di terra africana, e la maestra non sarà contenta. Per questo a partire dalla 6 e 30 sentiamo il vociare allegro dei bimbi, arrivati con i primi giri del bus. La giornata non può iniziare in modo migliore.
A Villaggio tutto cambia a seconda della stagione e del clima, la scuola ha tutto un altro aspetto a seconda che ci sia la pioggia o il sole. Il sole qui in Camerun, sull'Equatore, è abbagliante. Quando arriva, la sua luce è forte e intensa, per me in principio difficile da sopportare senza occhiali da sole. E non è solo il paesaggio a cambiare. Quando invece arrivano le piogge, i ritmi cambiano. Le attività iniziano un po' più tardi e vengono svolte più lentamente. Perché è l’acqua che fa da padrona per un po’. L’acqua che inonda le strade, che scorre per Villaggio in veri e propri torrenti, acqua che lava via la polvere e innaffia i campi. E allora aspettiamo che passi e magari ci fermiamo a guardarla, incantati dalla musica che fa.
A Villaggio non esiste il silenzio, esiste la tranquillità, la calma del mattino presto e della sera, ma il silenzio non esiste. Perché anche quando la scuola chiude e i bambini partono, quando i bus sono parcheggiati e la cucina ha servito l’ultimo piatto, quando temporali e sole cocente non fanno più risuonare le lamiere sul tetto, Villaggio è ancora vivo. Noi non siamo gli unici suoi inquilini. Così verde e inserito proprio nella foresta, è abitato da centinaia di specie diverse di insetti e uccelli e altre creature, e tutte ci fanno sentire la loro voce a tutte le ore del giorno, ma soprattutto della notte. Ci si addormenta con un dolce sottofondo di grilli, cicale e cinguettii; a volte anche i versi di altri animali, da noi considerati quasi mitologici, perché ancora non ne conosciamo la forma o l’aspetto.
A Villaggio si sentono parlare tante lingue differenti, mai la stessa. Il francese è senz'altro la lingua principale, e impararlo è stato incredibilmente divertente. I collaboratori di Villaggio, abituati ad accogliere volontari senza troppa padronanza ma con molto entusiasmo, hanno imparato ad usare l’immaginazione quando noi cerchiamo di spiegarci, soprattutto i primi tempi, e ti correggono e spiegano con pazienza, facendosi però sfuggire ogni tanto qualche sincera risata per i nostri strafalcioni.
Il Camerun è inoltre un paese bilingue, e oltre ad utilizzarlo nelle classi, non è raro sentire i bambini cantare l’inno nazionale al mattino, o recitare poesie e filastrocche in inglese. Tutti sanno che il bilinguismo è un dono. Tra noi espatriati parliamo naturalmente italiano, ma l’Italia da nord a sud è rappresentata nella nostra casa e le differenze linguistiche ci divertono anche di più del nostro francese. I locali tra di loro parlano più frequentemente il bulu, la musicale lingua dell’etnia del sud, ma per ora noi siamo limitati al francese, magari un giorno…
A Villaggio i protagonisti indiscussi sono i bambini. Quando non ci sono qui manca l’energia, la vita stessa di questa scuola.  I bambini di Villaggio hanno dai 3 ai 14 anni, la nostra scuola comprende la materna e la scuola elementare. Con i bambini non ci si annoia mai, sono pieni di idee e sempre divertiti dalla nostra presenza, che sia il nostro strano aspetto o il nostro francese bizzarro, ma non ti giudicano e non ti prendono in giro. I bambini di Villaggio sono disciplinati e attenti un momento e il momento dopo pieni di energie e giocosi, ma questo perché sono solo bambini, diversi in niente dai bambini italiani o di qualsiasi altra parte del mondo, hanno gli stessi sogni e la stessa sincerità. 

A Villaggio ho imparato la collaborazione, la cooperazione. A Villaggio ho potuto sperimentare che tutti, esperienza o meno, diplomi o meno, possono portare un grosso contributo ad un progetto, secondo le proprie qualità e che è così che scopri qualcosa di te stesso. A Villaggio ho conosciuto tante persone, imparato una lingua, assaggiato una cultura, approfondito un mestiere, stretto delle amicizie, giocato con i bambini, messo alla prova le mie capacità e tanto altro. Posso solo sperare di aver anche lasciato qualcosa, a Villaggio. 


Martina

Elena e i bambini di Villaggio Fraternité

Elena Maglio - Volontaria in Servizio Civile in Camerun. 
Il racconto a conclusione della sua esperienza di un anno, in cui ha dato il suo prezioso contributo per le attività a Villaggio Fraternité


Il giorno 27 alle ore 20.00 dello scorso settembre sono atterrata nell'aeroporto di Yaoundé, caotica capitale del Cameroun, e dopo tre ore di tragitto in macchina, costeggiando la foresta tropicale, sono giunta finalmente a Villaggio Fraternité, situato tra la cittadina di Sangmélima e i villaggi limitrofi.
Col buio della notte, dunque, non avevo avuto modo di osservare Villaggio Fraternité, pur conoscendolo dettagliatamente in foto, attendevo con ansia l’ indomani mattina.
I bimbi della scuola materna avevano l’abitudine a inizio anno di fare “la ronde” davanti casa degli espatriati, quella che quest’anno è stata casa mia, in attesa che il nuovo stadio della scuola fosse pronto per accogliere i loro canti mattutini. Insomma questa è la prima immagine di Villaggio Fraternité che ho impressa nella memoria: 112 piccoli, teneri bimbi ancora insonnoliti, con la loro simpatica tenuta scolastica rosso acceso, che intonano canti e danzano in cerchio nel prato sotto l’albero di prune. Dopo quell’immagine tutte le mie ansie erano scomparse ed ogni giorno grazie a quei sorrisi è stato solo un riconfermarsi della mia scelta.  Questo fu l’inizio del mio primo giorno a Villaggio Fraternité che proseguì con altri sorrisi da parte dei miei nuovi colleghi ed abbracci affettuosissimi di questi teneri bimbi.
Il mio ultimo giorno coinciderà con l’inizio del nuovo anno scolastico, avrò così modo di rivedere e salutare i miei piccoli amici dopo il loro congedo estivo e di iniziare la giornata danzando in cerchio con loro ancora un’ultima volta!
Ognuno di questi bambini e le loro storie 
mi accompagneranno
per sempre.
Tirare le somme di un intero anno è difficile ma dentro di me ho la certezza di aver dato il mio contributo e, viceversa, di aver imparato tanto e di essere stata arricchita dai miei piccoli amici e da tutti gli abitanti di questa cittadina che mi hanno accolto col sorriso.
A chi me lo chiederà dirò di aver imparato da loro a dare tempo al tempo e ad abbandonare schemi e tabelle di marcia dai ritmi troppo veloci; a godere dell’imprevisto, approfittando ad esempio della macchina in panne  per guardare il tramonto con lo sfondo mozzafiato regalato dalla foresta tropicale; a scacciare la negatività e a essere sempre positivi perché “ça va aller”: tutto andrà bene; ad accettare la vita col sorriso anche quando le cose non vanno proprio come noi vorremmo o quando si è malati; a non dare mai niente per scontato e a non sottovalutare nessuno, perché si può imparare da chiunque, persino da piccoli bimbi alti meno di un metro!

Elena

venerdì 28 novembre 2014

Gregoire, il bambino senza parole

Gregoire ha 3 anni appena compiuti. Frequenta la Petite Section, la prima classe della materna. Vive all'orfanotrofio di Maman Lucie insieme a suo fratello. Non conosciamo bene la sua storia, ma già questo basta per capire che ha un vissuto pesante nonostante la sua tenera età. 

I primi giorni di scuola arrivava senza divisa e senza parlare, sembrava non sapere le parole. E’ stato iscritto a scuola da uno dei ragazzi più grandi dell’orfanotrofio in cui vive e in classe era l’unico bimbo che non rispondeva mai all'appello. 

La sua insegnante, Tata Nathalie, gli ha chiesto come si chiamasse e quale fosse il suo quartiere mille volte, prima in francese, poi in Bulu, il dialetto del luogo. Ma Gregoire non ha mai risposto, non ha mai detto una parola. L'ho trovato spesso in disparte, anche durante l’intervallo, sempre in silenzio.



Piccolino, ma con la fronte alta e l'espressione seria, mi fissava sempre come se fosse arrabbiato. I primi giorni di scuola Carlo, l'altro volontario del Servizio Civile con me al Villaggio Fraternitè, l’ha immortalato in diverse foto e mostrandomele diceva: “Sembra sempre che ce l’abbia con me”, tanto il piccolino era imbronciato.

Mi capita di osservarlo spesso, e ora, a distanza di qualche mese, soprattutto al Centro d’Accoglienza, partecipa nel suo piccolo alle attività: colora, disegna, va dietro agli altri bambini. Solo da poco l’ho sorpreso a parlare con la sua vocina dolcissima e quando lo fa, quando finalmente si libera dalla paura e si esprime cambia completamente i tratti del suo bellissimo viso e la sua espressione seria sparisce. Ha iniziato addirittura a sorridermi! 

Mi ha commosso quella sua vocina così delicata, ma mi ha anche tranquillizzata.  Alla fine il piccolo Gregoire aveva solo bisogno di sentirsi rassicurato per sciogliersi un piano piano.

Claudia

venerdì 25 luglio 2014

Quando la scuola è chiusa, i lavori di manutenzione al Villaggio Fraternitè non si fermano...

L'anno scolastico è terminato ormai da qualche settimana, ma le attività a Villaggio non sono sospese, anzi! 

Come tutti gli anni durante il periodo estivo si continua con varie attività, tra le quali la cura del grande giardino che circonda le strutture, del quale la foresta circostante continua a cercare di rimpossessarsi. 

Inoltre viene ripristinata la strada bianca che porta dall'ingresso fino alle strutture scolastiche, che quest'anno verrà inoltre migliorata e cementata, per rendere più agevole l'accesso soprattutto durante il periodo delle piogge, ed è già stato acquistato il legname che verrà poi utilizzato durante tutto l'anno scolastico nella cucina della mensa.

Questo servirà a fornire cibo alla mensa durante l'anno scolastico, e quindi a rendere più indipendente (anche economicamente) il Villaggio. Le prime piante coltivate sono pomodori, peperoni, peperoncino, cetrioli, basilico e carote, che per ora sono in una zona coltivata a vivaio, ma che a breve saranno trapiantati nel resto dell'orto e nella zona già creata ed in via di predisposizione in un secondo orto a pochi metri di distanza.

Naturalmente si tratta di un progetto che, almeno all'inizio, richiede parecchio lavoro sia per il trattamento della terra che per la recinzione (che eviterà che i nostri cani curiosi vadano a sgambarsi nei posti sbagliati), ma siamo fiduciosi in questo progetto, che è stato molto ben accolto anche dalle nostre cuoche e da chi fisicamente se ne dovrà occupare.

A proposito di lavori edili, a breve procederemo all'abbattimento della vecchia struttura in cemento di sostegno per la cisterna di acqua, già sostituita da una nuova più efficiente e sicura.

Nel frattempo gli insegnanti sono ogni giorno in riunione per discutere del nuovo anno scolastico e per creare e migliorare i testi scolastici utilizzati dagli alunni, che vengono ideati, stampati e forniti direttamente dal Villaggio.

Ma la grande novità di quest'anno è l'orto (o meglio, gli orti), che le nostre cuoche stanno creando con il supporto tecnico di un esperto di agricoltura, e che sta già dando le prime soddisfazioni (se vi va di dare un'occhiata alle foto potrete vedere i tanti germogli che spuntano dalla terra, tenuti protetti con una struttura in legno ricoperta da foglie di palma da olio, come vuole il metodo tradizionale locale).

Sono inoltre appena iniziati i lavori di ristrutturazione dell'edificio adiacente al Centro d'Accoglienza, che diventerà il nuovo e ben organizzato magazzino, ed allo stesso tempo libererà la grande stanza che verrà adibita ad aula scolastica per la nuova classe in arrivo alla ripresa scolastica.

Insomma, non si può dire che ci annoi, nonostante la mancanza dei nostri alunni!
Carlo
iniziano i lavori nel secondo orto

i pomodori che spuntano nel vivaio

la nuova legna che servirà per cucinare i pasti degli alunni durante il prossimo anno scolastico

le operazioni di copertura del vivaio


la legnaia quasi vuota alla fine dell'anno scolastico


Fifi, una delle nostre cuoche, mentre si occupa dell'insetticida

Lady nella sua lotta quotidiana per tenere a bada l'erba

lavori di riparazione della staccionata

la preparazione del primo dei due orti, a destra il futuro vivaio