martedì 2 aprile 2019

Alessandra racconta perché ha scelto di fare il Servizio Civile

Da anni pensavo alla possibilità di fare Servizio Civile all’estero, in particolare in Africa, e da altrettanti anni cercavo di mettere a tacere questa voce, dando spazio all’altra voce, quella più razionale che invece mi esortava a proseguire su sentieri battuti.
Malgrado non fosse la mia ambizione primaria, per diverse ragioni avevo deciso che l’ambito della ricerca (più consueto per una biologa), dovesse essere la strada più "giusta” rispetto a quella della cooperazione internazionale, che al contrario mi affascinava molto (e che un’esperienza come il servizio civile mi avrebbe consentito di conoscere da vicino, almeno per un anno). Avevo inoltre deciso di relegare ad un piccolo spazio della mia vita (il tempo libero per intenderci), l’attività del volontariato e più in generale lo spendersi per una giusta causa che invece mi aveva regalato tanti sorrisi.

Questa continua dicotomia interiore mi ha corroso per anni (e non poco), ma col senno di poi credo sia stata imprescindibile e in qualche modo propedeutica. Ho ripensato ai  momenti di felicità, a ciò che mi aveva fatto pulsare cuore, cervello e pancia, “sbrilluccicare” gli occhi e alle situazioni in cui le cose intorno a me si erano fermate per un attimo e aveva cominciato a risuonare nella mia testa quella canzone…
“Home - is where I want to be
But I guess I'm already there
[… ] Guess that this must be the place”
..tutti quei momenti erano legati all’attività di volontario (in Italia o all’estero) e quindi alla causa per cui stavo impiegando il mio tempo e le mie risorse e a ciò che era indissolubilmente legato a me. È allora che mi son detta che, dopo aver consultato un bravo psichiatra per via di quella canzoncina nella mia testa (scherzo!), avrei dovuto darmi l’opportunità di ripescare queste sensazioni e tutto ciò che aveva attivato il mio sistema emozionale e cognitivo e che semplicemente mi aveva fatto sentire viva.

Dopo una attenta ricerca per la scelta del progetto per cui fare domanda, ho ristretto il campo ad un paio di ONG ed infine sono approdata ad AVAZ a cui ho consegnato la domanda di servizio civile personalmente. Ho conosciuto parte dei responsabili, mi sono lasciata contagiare dalla loro genuinità ed affascinare dalla dimensione seria e familiare di una ONG attiva con grande impegno da circa 30 anni...  e non ho potuto fare a meno di (ri)pensare “this must be the place”.

Si sono poi succeduti: il colloquio (che google maps mi avrebbe fatto svolgere nella bottega solidale di AVAZ), la graduatoria (evvaiiii, sono dentro!) e il corso di formazione pre-partenza nel polo di Catania. Quest’ultimo ha rappresentato l’occasione di conoscere ragazze e ragazzi con tante storie e tanto coraggio, di incontrare casualmente (o causalmente) “affinità elettive” e di conoscere formatori (ma prima di tutto anime belle) dotati di grinta e competenze. Tutto questo mi ha trasmesso molta carica e mi ha permesso di riascoltare la stessa canzoncina nella mia testa... e soprattutto mi ha fatto pensare a quanto sia giusta quella frase che dice “la caverna in cui temi di entrare contiene il tesoro che cerchi”, al pericolo nel rimanere fermi, al coraggio delle scelte, alla forza dell’azione.

E... se il tempo non portasse via con sé anche elasticità e turgore della pelle, credo proprio che mi tatuerei sulla schiena e a caratteri cubitali qualche frase:
“Scegli il coraggio oltre il comfort.
Scegli cuori aperti invece di armature.
E scegli la grande avventura di essere coraggioso e impaurito. Allo stesso tempo” (Brené Brown).

Alessandra Adduci

martedì 26 marzo 2019

Elisabetta racconta perché ha scelto di fare il servizio civile


Mi chiamo Elisabetta, ho 21 anni e sono nata e cresciuta a Roma. Studio Lingue e Culture Straniere, in particolare spagnolo e francese. Ho iniziato ad appassionarmi alle lingue quando andavo alle medie perché ho iniziato a studiare spagnolo. Lo spagnolo occupa una parte molto importante nella mia vita, sia perché i miei studi dopo la scuola media sono stati scelti in funzione di questa lingua, sia perché è in parte causa di un momento di crisi che mi ha portato poi a scegliere di presentare domanda per il Servizio Civile.

Nell’estate 2017 ho dato il mio primo esame di spagnolo all’università, ma purtroppo sono stata bocciata. Questo ha scaturito in me molti pensieri negativi, dettati soprattutto dall’insicurezza, che mi hanno bloccato per un anno intero. Un anno in cui mi sono sentita persa, in cui non sapevo bene cosa fare o dove andare. Non ero motivata, ma sentivo il bisogno di impegnarmi in un qualcosa che mi facesse stare bene, che mi aiutasse ad uscire dal groviglio di negatività in cui ero entrata. Così a Settembre ho deciso di fare domanda per il Servizio Civile con l’obiettivo di impegnarmi in un progetto che mi desse tante emozioni e per iniziare a sciogliere il groviglio che avevo dentro.

Sono venuta a conoscenza del progetto di Avaz tramite i miei genitori perché conoscono alcuni volontari dell’associazione. Il progetto di Educazione allo Sviluppo mi ha incuriosito fin da subito perché mi ha un po’ ricordato quello che facevo nella mia parrocchia come educatrice di Azione Cattolica. La scelta di fare domanda per il Servizio Civile unita a quella di iniziare una terapia dalla psicologa, sono stati i primi passi che ho mosso verso me stessa.

Devo ammettere che ero molto preoccupata quando sono partita per la formazione generale per il Servizio Civile che si è tenuta a Catania, sia perché non avevo una preparazione sulle ONG e sulla Cooperazione, sia perché sono timida e faccio fatica a relazionarmi con gli altri. Ho iniziato la settimana con la voglia di piangere per la paura e l’ho finita allo stesso modo perché non volevo finisse così presto. È stata una settimana piena di emozioni, ho imparato cose nuove e soprattutto mi sono messa in gioco. Ero l’unica della mia ONG e questo mi spaventava. Per fortuna ho conosciuto delle persone fantastiche che mi hanno accolto facendomi sentire a casa. Ho scoperto quanto sia importante creare dei legami con chi ci sta intorno perché solo così possiamo essere sereni e vivere bene. Esco da questa settimana di formazione piena di energia.

Da quest’anno mi aspetto di ricevere tante emozioni. Sarà un anno in cui metterò tutta l’energia ricevuta dalla settimana di formazione e spero solamente di svolgere a pieno il mio ruolo.
Qual è il mio ruolo? Io sono una volontaria e come volontaria ho il compito di creare una rete di tessitori, una rete di persone che come dei fili s’intrecciano tra di loro dando vita a un qualcosa di unico, colorato e forte, tanto forte.

Elisabetta De Angelis

giovedì 13 dicembre 2018

L'impegno


La seconda metà del mio Servizio Civile è stata nettamente diversa rispetto alla prima.
Ho affrontato una nuova sfida: PROGETTARE.
A differenza del lavoro in classe, con un percorso già fatto, collaudato e ben avviato, pensare a un nuovo percorso didattico da zero è stata davvero un’avventura.
Un lavoro che inizialmente è abbastanza arido, si cerca materiale, si verificano notizie, dati, fonti ufficiali e la sensazione è quella di non riuscire mai a finire qualcosa fino in fondo.

Bisogna pensare a un tema da presentare ai ragazzi, che molto spesso è ampio e complicato, cercare di “incastrarlo” in un format di poche ore trovando il modo di renderlo leggero, immediato, semplice e fruibile per ogni fascia d’età .
E lo dice una persona che in un articolo per un blog scrive “fruibile” … quindi si può ben immaginare la sfida!
Ho valutato e abbozzato diversi progetti, dallo sviluppo sostenibile alla storia dell’immigrazione ma alla fine la scelta è ricaduta sui Diritti Umani, in particolare sul diritto all’istruzione e il diritto allo svago.
Mi piaceva l’idea di proporre questi diritti complementari e di parlarne in classe, volevo che i ragazzi si immedesimassero, capire la loro realtà per non darla mai per scontata per poi portarli ad ampliare il loro campo visivo sul mondo.

Bene. Quindi una volta riusciti ad individuare l’argomento principale si preparano le slide, i video, le immagini, si scrivono le scalette dei vari incontri ed è fatta, no?
Eh no.
L’arrivo del nuovo anno scolastico, quindi della realizzazione del nuovo progetto, è probabilmente il momento in cui mi sono sentita più insicura e preoccupata di tutto il mio anno da civilista.
Il momento in cui ti metti davvero alla prova con qualcosa di tuo, che ti appartiene, che viene dalla tua esperienza e dalla tua vita.
Il momento in cui si scopre se quello che hai pensato e scritto su un foglio di carta funziona nella vita reale, se i ragazzi reagiranno proprio come tu hai pensato che avrebbero reagito, se il messaggio che volevi passare viene percepito bene.


Mille domande e mille interrogativi che devono trovare una risposta.
Troppo melodrammatica?
Si, decisamente, anche perché alla fine il progetto è andato bene.
Ma è questo quello che provato durante quell’ora sulla metro e quei pochi minuti prima di entrare a scuola.

Non sono mai stata sola, sono sempre stata aiutata e affiancata dalle persone che hanno lavorato con me in questo anno e in questa fase, devo e voglio riconoscerlo perché è anche merito loro se sono riuscita a portare a termine il mio Servizio Civile con entusiasmo.

Le mie conclusioni.
Quest’anno è stato uno degli anni più impegnativi che io abbia mai passato, sono cresciuta sia professionalmente che umanamente.
Ho imparato tante cose ma soprattutto ho riscoperto una parte di me che avevo sepolto a causa dei miei impegni personali.
L’impegno per il sociale, dedicare il proprio tempo per il bene di qualcun altro, i ragazzi a cui ho cercato di trasmettere dei valori combattendo per abbattere un muro di cinismo che purtroppo vedo comparire troppo presto.
Tutto questo fa parte di me e spero di continuare a coltivarlo nella mia vita, con l’impegno e la dedizione di quest’anno appena passato.


                                                                                                                              Marta Chionchio