mercoledì 2 novembre 2016

Perché hai scelto di fare il servizio civile? Silvia: "Per contribuire a realizzare un mondo migliore"


Mi chiamo Silvia ho 20 anni ed un pensiero fisso in testa: qual è il mio scopo nella vita ?

Fin da quando sono piccola mi sono sempre interrogata su questo argomento; non ho mai accettato l’idea di vivere una vita banale e inutile.Pensavo  che essere ricordati fosse fondamentale, sognavo di diventare medico, presidente e avvocato prestigioso: volevo lasciare un segno una traccia indelebile in questo mondo.

Crescendo ho capito che non è necessario comparire sui libri di storia per vivere una vita degna. Ho capito che forse la mia necessità di essere ricordata era legata alla paura di morire, sparire per sempre e quella sensazione di sentirsi così piccoli ed impotenti di fronte all'immensità di questo spazio e di questo tempo.

Mentre i miei compagni di liceo sceglievano l’università con una facilità impressionante io rimanevo lì, incagliata nelle mie paure e nei miei mille dubbi. Non volevo seguire la corrente e fare l’università perché la facevano tutti, non volevo sprecare il mio tempo, volevo renderlo parte di uno scopo da raggiungere, lo scopo della mia vita. Ma prima di fare tutto ciò dovevo individuarlo.

L’unica costante della mia vita era quella voglia di cambiare e di migliorare il mondo che ci circonda, quella sensazione di non sopportare le ingiustizie.

Vivere rispettando gli altri però non era sufficiente ad appagare la mia voglia di fare e di aiutare.
Avevo bisogno di fare un’esperienza forte che mi facesse realizzare davvero il mondo che mi circonda ed aiutarmi a trovare la strada per migliorarlo... 

Servizio civile all'estero era la risposta.



Perché hai scelto di fare il servizio civile? Flavio: "Perché mi rende felice"

Alla domanda “Perché hai scelto di fare il servizio civile?” le soluzioni al quesito possono essere infinite. Sicuramente, la risposta cambia a seconda della persona interrogatrice. Se a porla è un amico poco addentro al settore, risponderò: “Perché si conosce un sacco di gente nuova e si vive un’esperienza che…quando ti ricapita?!” teorizzando e praticando dunque “la banalità al potere”. Se invece a rivolgermela è qualcuno già conoscitore dell’ambiente, risponderò: “Perché, oltre al classico <<aiuto gli altri>>, posso crescere professionalmente. Perché poi lo sai che tutte le Ong chiedono almeno un anno di esperienza>>”.
Ma non regge questa spiegazione. Né questa, né qualche altra. La verità è una e una sola: non c’è un perché. O meglio, ce ne sono così tanti che alla fine ti sembrano banali, scontati e, in fondo, non veritieri. Si parte semplicemente perché...si è matti. Sì, è questa la realtà: se lasci il lavoro, gli affetti, la tranquillità, la routine non sei un eroe, probabilmente sei uno un po' sopra le righe. Un matto. “Curioso” potrebbe essere il diminutivo di questa interpretazione della parola, ma chi parte ha già raggiunto un livello superiore. Sei matto per il mondo, sei matto per la gente, perché la vuoi toccare, abbracciare, litigarci vis à vis. Non vuoi stare dove sei e brami per andare giù, in un mondo che non conosci, ma che ti affascina da morire. E già ti vedi sull'aereo, e già ti vedi lì in mezzo, immaginandoti volti, colori e situazioni (e restando, nella maggior parte dei casi, totalmente disilluso). L’Africa, il Sud America, sono solo stati della tua mente folle, che non riesce a ragionare, a concepire un mondo di limiti e barriere, un mondo finito. Se dovessi pensare a un minimo comune denominatore tra i civilisti, penserei all'incoscienza.
Potrebbe sembrare, da quanto scrivo, che - aggettivandomi in questo modo – voglia “farmi bello” agli occhi del lettore. No, assolutamente il contrario forse: chi parte non è coraggioso, non è fico e non è più sensibile degli altri. In moltissimi casi è un vigliacco che scappa e che non ha voglia di legarsi a una sola persona. Si potrebbe quasi definire un insensibile. Proprio perché non riesce a mettere barriere e lacci al suo corpo. Soluzioni diverse si potrebbero cercare: se solo si avesse coraggio, appunto, si potrebbe costruire la propria vita tentando di rimanere liberi, ma non per questo evitando di assumersi le proprie responsabilità, soprattutto nei confronti degli altri. Invece il civilista è il tizio che se la canta e se la suona, che mette davanti una serie di fandonie pur di non prendersi responsabilità. Sta così, vaga per il mondo alla ricerca di se stesso, o meglio: per scappare da se stesso. Peccato sia un processo teso all'infinito.

E allora ecco, a questa domanda non posso rispondere. Cambiando quanto scritto all'inizio, non posso rispondere non perché non vi sia un perché, ma in quanto il mio perché implicherebbe una serie di analisi su me stesso che, da evaso della vita, temo orribilmente. L’unica parola, frase, stato d’animo che, a pensarci, ha forse la capacità di far quadrare il cerchio potrebbe essere la felicità. Ecco, se ripenso ai miei periodi trascorsi all'estero impiegato come volontario, mi rivedo felice. Ero felice, davvero. Non si aveva nulla, nella maggior parte dei casi toccavi e vedevi cose schifose. Eppure avevamo tutti una energia vitale incredibile. Nascevano infatti legami, affetti, amori indissolubili. Qualunque preoccupazione o ansia che ci aveva perseguitato e attanagliato sino a quel momento, nel nuovo mondo non esisteva, scompariva, come fosse niente, come ci si fosse improvvisamente resi conto di quanto era niente. Ricordo le lacrime di gioia, ricordo i volti di tutti. Mi vedo felice.
L’altra immagine è del ritorno. Facilissimo essere risucchiati nuovamente nella routine tanto dileggiata e, di conseguenza, riacquisire tutte le ansie perdute e dar loro di nuovo un peso che non meritano. E ti dimentichi di quando eri felice, hai qualcosa di meglio da fare che dirti “Come sono fortunato”, come se essere felici non fosse abbastanza importante.
Poi leggi di un bando, di un nuovo progetto, di un’esperienza di volontariato. I ricordi tornano alla mente, la felicità si riaffaccia. Ti rivedi felice, tu che in quel momento vorresti piangere. E allora addio ai perché e alla razionalità, che si liberino le gabbie al folle. Si torna a ridere!  

giovedì 22 settembre 2016

Villaggio Fraternité visto con gli occhi di Martina


Martina Leto - Volontaria in Servizio Civile in Camerun. 
Il racconto a conclusione della sua esperienza di un anno, in cui ha dato il suo prezioso contributo per le attività a Villaggio Fraternité

A VILLAGGIO

A Villaggio le giornate iniziano presto, perché i bambini non dormono fino a tardi, perché a scuola bisogna arrivare puntuali e se perdi il bus poi te la devi fare a piedi. E allora, che ci sia fango o polvere a seconda della stagione, si arriva a scuola tutti sporchi, l’uniforme blu acceso ormai rossa di terra africana, e la maestra non sarà contenta. Per questo a partire dalla 6 e 30 sentiamo il vociare allegro dei bimbi, arrivati con i primi giri del bus. La giornata non può iniziare in modo migliore.
A Villaggio tutto cambia a seconda della stagione e del clima, la scuola ha tutto un altro aspetto a seconda che ci sia la pioggia o il sole. Il sole qui in Camerun, sull'Equatore, è abbagliante. Quando arriva, la sua luce è forte e intensa, per me in principio difficile da sopportare senza occhiali da sole. E non è solo il paesaggio a cambiare. Quando invece arrivano le piogge, i ritmi cambiano. Le attività iniziano un po' più tardi e vengono svolte più lentamente. Perché è l’acqua che fa da padrona per un po’. L’acqua che inonda le strade, che scorre per Villaggio in veri e propri torrenti, acqua che lava via la polvere e innaffia i campi. E allora aspettiamo che passi e magari ci fermiamo a guardarla, incantati dalla musica che fa.
A Villaggio non esiste il silenzio, esiste la tranquillità, la calma del mattino presto e della sera, ma il silenzio non esiste. Perché anche quando la scuola chiude e i bambini partono, quando i bus sono parcheggiati e la cucina ha servito l’ultimo piatto, quando temporali e sole cocente non fanno più risuonare le lamiere sul tetto, Villaggio è ancora vivo. Noi non siamo gli unici suoi inquilini. Così verde e inserito proprio nella foresta, è abitato da centinaia di specie diverse di insetti e uccelli e altre creature, e tutte ci fanno sentire la loro voce a tutte le ore del giorno, ma soprattutto della notte. Ci si addormenta con un dolce sottofondo di grilli, cicale e cinguettii; a volte anche i versi di altri animali, da noi considerati quasi mitologici, perché ancora non ne conosciamo la forma o l’aspetto.
A Villaggio si sentono parlare tante lingue differenti, mai la stessa. Il francese è senz'altro la lingua principale, e impararlo è stato incredibilmente divertente. I collaboratori di Villaggio, abituati ad accogliere volontari senza troppa padronanza ma con molto entusiasmo, hanno imparato ad usare l’immaginazione quando noi cerchiamo di spiegarci, soprattutto i primi tempi, e ti correggono e spiegano con pazienza, facendosi però sfuggire ogni tanto qualche sincera risata per i nostri strafalcioni.
Il Camerun è inoltre un paese bilingue, e oltre ad utilizzarlo nelle classi, non è raro sentire i bambini cantare l’inno nazionale al mattino, o recitare poesie e filastrocche in inglese. Tutti sanno che il bilinguismo è un dono. Tra noi espatriati parliamo naturalmente italiano, ma l’Italia da nord a sud è rappresentata nella nostra casa e le differenze linguistiche ci divertono anche di più del nostro francese. I locali tra di loro parlano più frequentemente il bulu, la musicale lingua dell’etnia del sud, ma per ora noi siamo limitati al francese, magari un giorno…
A Villaggio i protagonisti indiscussi sono i bambini. Quando non ci sono qui manca l’energia, la vita stessa di questa scuola.  I bambini di Villaggio hanno dai 3 ai 14 anni, la nostra scuola comprende la materna e la scuola elementare. Con i bambini non ci si annoia mai, sono pieni di idee e sempre divertiti dalla nostra presenza, che sia il nostro strano aspetto o il nostro francese bizzarro, ma non ti giudicano e non ti prendono in giro. I bambini di Villaggio sono disciplinati e attenti un momento e il momento dopo pieni di energie e giocosi, ma questo perché sono solo bambini, diversi in niente dai bambini italiani o di qualsiasi altra parte del mondo, hanno gli stessi sogni e la stessa sincerità. 

A Villaggio ho imparato la collaborazione, la cooperazione. A Villaggio ho potuto sperimentare che tutti, esperienza o meno, diplomi o meno, possono portare un grosso contributo ad un progetto, secondo le proprie qualità e che è così che scopri qualcosa di te stesso. A Villaggio ho conosciuto tante persone, imparato una lingua, assaggiato una cultura, approfondito un mestiere, stretto delle amicizie, giocato con i bambini, messo alla prova le mie capacità e tanto altro. Posso solo sperare di aver anche lasciato qualcosa, a Villaggio. 


Martina